Sono centinaia i bambini che, oggi, lavorano per la strada per guadagnare qualche spicciolo, per sfamare se stessi e la propria famiglia. La maggior parte viene da famiglie povere, ed ha perso i genitori durante la guerra; così oggi deve affrontare lavori molto duri per sopravvivere.
Come questa bambina, che lucida le scarpe per strada per guadagnare qualche soldo. Ha 9 anni, e le è negata l'opportunità di andare a scuola. Scruta l'orizzonte e possiamo immaginare che sogni un futuro diverso, nonostante i suoi giorni futuri siano uguali a quelli passati. Ma il suo mondo è quello che la circonda: la tracolla e gli strumenti per pulire le scarpe che si porta appresso. |
Today hundreds of these children are in the streets to work and earn money to feed herself and her family. Lots of these children are coming from poor family who lost their parents in the time of war and today they have to afford harsh works to survive.
This child is one of them who supports his family by polishing the boots on the streets. She is at the age of 9 who deprived from going to school. As she looks to horizon, we can imagine, she looks her next day which comes the same as yesterday, she is dreaming the horizon of her future live. But her world doesn’t' exceed further than herself and the place surrounded her; the slipper she holds and the tools for polishing she is carrying. |
martedì 11 dicembre 2007
Afghanistan: la piccola capofamiglia
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mercoledì 18 luglio 2007
Afghanistan: bambini di strada n. 3
© testo e foto Nasim Fekrat (sito web: Afghan LORD)
Devo aiutare la mia famigliaTutti i giorni sua madre le prepara un po' di bolani (un piatto Afgano), e vende ciascun pezzo a 5 afgani, circa 10 centesimi di dollaro. Ha nove anni, e vorrebbe potere andare a scuola un giorno. Vorrebbe che, un giorno, ci fosse cibo a casa, e una cartella per il fratellino. Aspetta il giono in cui avrà della scarpe da mettere. Adesso è stanca. Le domando se le piacerebbe andare a scuola. Mi risponde: "Se io vado a scuola, chi si prenderà cura del mio fratellino e di mia sorella? Chi darà da mangiare a mia mamma? Noi non abbiamo una nosrtra casa, non abbiamo cibo, e non abbiamo soldi. E' per questo che io vengo a vendere il Bolani per strada, per guadagnare qualche soldo, e comperare del cibo per la mia famiglia" Le dita dei piedi escono dalle scarpe lacere. Sono terribilmente rovinate dalla camminata che deve fare per raggiungere il posto dove vende il suo cibo. "Vedi, non ho le scarpe per andare a scuola. Cammino per mezz'ora per arrivare qui. E anche quando sono arrivata, non va bene. Il traffico mi viende addosso, e mi devo continuamente spostare. Quando torno a casa di notte sono stanca, e non ho le forze per giocare. Così vado a letto, ed al mattino presto mi sveglio, prendo il mio cibo da vendere e torno qui".
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venerdì 11 maggio 2007
Afghanistan: la libertà di espressione si limita anche così
Dal sito Afghan Lord, post del 10 maggio 2007:
Il mio blog in lingua Farsi (www.kabuli.org) è stato violato da qualche stupido hacker (rectius, cracker, ndr). Ultimamente avevo scritto un articolo sulla sessualità e il Corano (il libro sacro per i mussulmani) e sulla sessualità nella società islamica. Negli ultimi giorni ho ricevuto molte critiche e avvertimenti. E ieri ho ricevuto un messaggio che mi consigliava di chiedere perdono a Dio. Mi hanno detto di smetterla di scrivere articoli sull'Islam. Mi hanno detto che avrei pagato le conseguenze per quello che avevo scritto circa la sessualità nel Corano. [...] Quanto agli hacker (più correttamente, cracker, ndr), credo che quelli che commettono questi atti siano terroristi alla stessa stregua di quelli di al-Qaeda. Cambiano solo le modalità. I loro attacchi sono contro la nostra mente, i nostri pensieri, il nostro "credo". Colpisono le nostre penne, la nostra libertà e indipendenza. Sono attacchi contro le nostre parole, attacchi per negare la libertà di espressione. [...] Sono triste, non avevo copie dei miei pst. chiedo cortesemente, se qualcuno sa come intervenire, se può darmi una mano. Voglio spostare il mio blog su di un server sicuro. Sono pronto ad investirci, ma ho bisogno di un posto sicuro per pubblicare i miei pensieri.
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Iraq: Diyala implora l’aiuto immediato del governo
Dal sito "Treasure of Baghdad", post di Treasure of Baghdad del 6 maggio 2007. Titolo originale "Diyala Cries for the Governmen’s Immediate Help". Si ringrazia Olga Liserre per la traduzione.
Diyala implora l’aiuto immediato del governoQuando vivevo sotto il regime di Saddam, i telegiornali non parlavano di come il regime dei Talebani rendesse la vita degli Afgani un inferno. Fino a poco tempo fa non sapevo nemmeno chi fossero i loro leader. Ricordo solo il servizio su come gli Stati Uniti bombardarono l’Afganistan dopo l’attacco dell’11 settembre e come esso puntasse a Osama Bin Laden e al regime talebano. Nel 2003 comprai il primo ricevitore di tv satellitare. Aljazeera e Al-Arabiya erano la mia CNN. Entrambi i canali trasmettevano documentari sui Talebani e su come questo regime brutalizzava il popolo afgano nella peggiore violazione dei diritti umani si sia mai vista al mondo. Le esecuzioni pubbliche e gli abusi erano i segni di questo regime da puritani. Ricordo che una volta vidi alcuni filmati messi in onda da Aljazeera di come i Talebani giustiziavano le persone nello stadio di fronte alla folla e Dio solo sa se chi assisteva pensava che sarebbe stato il prossimo. Enciclopedie e dozzine di articoli in rete mi hanno illuminato e tenuto informato su questo regime tirannico. Ma il pensiero che essi avrebbero controllato il mio paese non mi aveva mai neppure sfiorato. Credevo che a causa della demografia, della modernità e della relativa laicità e istruzione degli iracheni, nessun talebano sarebbe mai stato in grado di controllare il mio paese. Come mi sbagliavo! Non sapevo che criminali come questi sono capaci di prendere il controllo di qualsiasi lembo di terra, costi quel che costi. Non pensavo che armi e bombe potessero bruciare perfino il paradiso. Eccoli qua! Schierati come formiche in Iraq. Hanno cominciato uccidendo gente istruita, dottori, professori universitari e studenti. Hanno iniziato con il loro piano per minacciare l’istruzione. Hanno obbligato un gran numero di persone colte, un’élite, a lasciare il paese dopo averle minacciate o dopo aver ucciso qualcuno di loro, insieme alla famiglia. Poi hanno promesso di avviare una guerra civile e ci sono riusciti. Oggi controllano ufficialmente gran parte del paese, includendo Bagdad, la provincia di Diyala e Anbar, lasciando il resto della nazione sotto il dominio di diverse milizie, insieme a una regione federale. Ci sono tante storie da raccontare sui Talebani in Iraq: esplosioni, rapimenti, omicidi e decapitazioni. Un articolo in particolare, però, metteva in risalto il fatto che ora sia ufficiale che l’Iraq è fuori controllo e che il governo si sta nascondendo dietro le rovine dei muri che gli americani hanno costruito quando la fine del moderno Iraq è cominciata, con le invasioni degli stessi americani, giunte senza piani futuri (a eccezione della cattura e dell’esecuzione di Saddam). L’articolo è pubblicato sul giornale Azzaman in versione PDF. “Esecuzioni pubbliche sotto il nome di Islam” è il secondo di una serie di esaurienti servizi su quello che i rivoluzionari stanno facendo nella provincia di Diyala, specialmente nella sua capitale Baqubah. I rivoltosi, in gran parte appartenenti ad al- Quaeda in Iraq, stanno facendo esattamente quello che fecero i Talebani durante il loro regime in Afganistan tra il 1996 e il 2001. Esecuzione pubblica! Di seguito, riporto alcuni brani di un articolo apparso su Azzaman, che mostrano la brutalità del nuovo “Stato” che questi terroristi hanno formato in quella specifica regione. Gli urgenti richiami, che denunciano i crimini e i brutali massacri commessi dai gruppi armati o da quello che è noto come “Stato islamico dell’Iraq” a Diyala, sono aumentati giornalmente con la richiesta di un intervento immediato da parte del governo per liberare la popolazione della provincia, la cui pazienza nel sopportare tutto questo è svanita; le forze di sicurezza hanno fallito completamente finanche nel proteggere se stesse. I massacri hanno lo scopo preciso di diffondere la paura nel paese più che di uccidere individui isolati. Dozzine di civili vengono rapiti. Poche ore dopo, [i gruppi armati] riuniscono le persone cogliendo l’opportunità della presenza della gente nei mercati, da loro trasformati in campi pubblici per le esecuzioni. Gli uomini armati circondano tali mercati per obbligare la folla a guardare il modo in cui mettono in atto l’esecuzione [dell’ostaggio]. Uno degli uomini armati si posiziona al centro del mercato e si rivolge alla gente prima dell’esecuzione. Egli fornisce alla folla i dettagli circa la vita dell’ostaggio, che è sempre accusato di essere il comandante di una ben nota milizia; in realtà, la maggior parte delle persone giustiziate sono di Baqubah, alcune di loro anche conosciute [in città]. Uno dei giovani uomini sequestrati era un impiegato del Morgue Directorate, conosciuto da tutti i media come ritardato. Era l’unico a sostenere economicamente la sua famiglia. È stato massacrato con un coltello davanti alla folla nella zona di al-Mualimeen. Nel discorso [fatto da uno degli uomini armati] egli veniva accusato di essere un miliziano, ma era stato catturato perché appartenente all’altra setta [il che significa che era sciita]. Gran parte degli internet café sono stati chiusi poiché deviano le persone dalla Jihad e dal culto. È accaduto che una bomba fosse piazzata di fronte a un internet café, distruggendolo; questo ha costretto molti internet café a chiudere. Baqubah oggi è una città fantasma. La gente si chiude in casa dalle 11 di mattina a causa di questi fatti. In un altro caso, un residente ha raccontato che un uomo è stato rapito dallo “Stato islamico dell’Iraq”. Quest’uomo ha ricevuto settanta frustate perché uno degli uomini dello “Stato” l’aveva sentito giurare sull’anima di suo padre invece che su Dio, parlando al telefono cellulare con un amico. Ha aggiunto di aver saputo che molte persone sono state torturate, altre uccise, altre ancora condannate a memorizzare tre parti del Corano. Un amico ci ha raccontato di aver visto coi suoi occhi un uomo portato in mezzo al mercato nella città di Buhruz. Dopo il discorso, quest’uomo è stato decapitato e la sua testa è stata trasportata su una macchina, la quale ne trascinava il corpo al centro della strada. Quella era l’ora delle preghiere di mezzogiorno. Gli uomini armati, lasciata la scena, si sono recati nella vicina moschea a pregare e qualcuno di loro aveva sulla camicia macchie di sangue del corpo dell’uomo massacrato.
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martedì 8 maggio 2007
Afghanistan: bambini di strada n. 2
© testo e foto Nasim Fekrat (sito web: Afghan LORD)
Kabul, 2006, vicino al Palazzo delle Telecomunicazioni.
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venerdì 13 aprile 2007
Afghanistan: bambini di strada n. 1
© testo e foto di Nasim Fekrat (sito web: Afghan LORD)
Le notizie che i media non raccontano"Questa mattina presto mia madre mi ha dato queste uova da vendere per strada, per comprare del cibo. Ma era troppo freddo e non sono riuscito a tenerle nelle mie mani ghiacciate. Queste uova ci avrebbero permesso di sopravvivere, e non ho il coraggio di tornare a casa..." racconta questo bambino. Al giorno d'oggi, molti bambini in Afghanistan lavorano per strada vendendo uova, sigarette, borse di plastica, gomme da masticare, e molte altre cose da poco prezzo. Altri se ne stanno distesi nudi per strada, nella speranza che qualche persona generosa gli lasci qualche moneta. Altri ancora vengono rapiti e portati in Pakistan. Alcuni dei responsabili di questi rapimenti sono stati arrestati, ma molti altri sono ancora liberi di agire. La vita quotidina sta diventando sempre più difficile per i bambini afgani. Non hanno un rifugio sicuro, ne vi sono luoghi o fondi per la loro istruzione. Da un orfanatrofio di Kabul sono arrivate delle notizie orribili. Il direttore, un uomo, avrebbe violentato molte bambine di diversa età. Ma i media non ne parlano. Me l'ha raccontaro una ragazza di dodici anni, che è potuta entrare all'orfanatrofio e parlare con alcuni degli orfani. Molti le hanno detto "Il direttore ci ha violentato più volte". Ma chi ascolta le loro voci? Chi si preoccupa dei bambini afgani? La notte scorsa stavo chattando con un mio amico in Olanda, Lo stavo aggiornando sulle novità da Kabul, di come lo scorso anno siano stati uccisi 1107 innocenti. Mi ha risposto "Quando sento queste notizie nmi sento male". E io gli ho detto che queste notizie sono normali per noi, sentire parlare di attacchi suicidi, che ammazzano e feriscono tante persone. Quando tornerà la pace in Afghanistan? Penso che sia il sogno di molti afgani. Link: Kabul, violentata bimba di cinque anni
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mercoledì 11 aprile 2007
Afghanistan: ora tocca alla Francia?
Dal sito Safrang, post del 6 aprile 2007:
Il recente sequestro di due operatori umanitari francesi e dei loro aiutanti afgani a Nimroz ha dato ragione a quei profeti di sventura che avevano sostenuto che, dopo la vicenda mastogiacomo, i Talebani avrebbero aperto ufficialmente la stagione della caccia agli stranieri. Sembra di sentire le urla di gioia ""toldjya!" da tutte le parti. Resta ora da vedere se anche i francesi scenderanno a patti. E sembra che dovranno farlo. La verità è che dopo il caso Mastrogiacomo non sono lasciate molte possibilità. Ma il raggiungimento di un accordo contribuirà a peggiorare ulteriormente la situazione. L'accordo su Mastrogiacomo è avvenuto in circostanze quantomeno eccezionali. Il governo italiano, già in crisi sulla presenza in Afghanistan, non poteva lasciare prigioniero a lungo Mastrogiacomo, mentre l'opinione pubblica italiana seguiva con il fiato sospeso, o tantomeno essere assassinato dai talebani. Questo spiega perchè abbia esercitato tutte le pressioni possibili sul governo Karzai affinchè fosse trovato un accordo. Ora, sebbene la situazione politica interna in Francia non abbia nulla a che vedere con quella italiana, è facile immaginare come una prolungata prigionia degli ostaggi potrebbe influenzare le prossime elezioni presidenziali. sebbene manchi ancora un po' di tempo alle elezioni, i candidati stanno già prendendo posizione sui principali temi di politica interna ed estera. E' facile immaginare come, spinti dalla frenesia di attrarre elettori, i candidati si lanceranno in una gara al ribasso fino a sostenere la necessità di ottenere la liberazione degli ostaggi a qualsiasi costo. Il che aggraverà ulteriormente la situazione degli operatori umanitari e dei giornalisti stranieri in mustered Da qualche tempo i talebani hanno dimostrato di aver abbandonato la loro impetuosa insolenza, e sono diventati un gruppo in grado di gestire con molta arguzia i media, tenendo sempre un'occhi sull'evolvere delle situazioni internazionali. Il Mullah Dadullah ed altri hanno regolarmente fatto riferimento ad avvenimenti di politica internazionale per sostenere i propri successi o per giustificare le proprie azioni. E' probabile che la scelta selettiva di stranieri da Paesi con una situazion politica instabile sia una di queste nuove tattiche. Resta infine sconosciuto il destino dell'interprete (l'autore usa il termine fixer, che noi tradurremmo come "maneggione" o "intrallazzatore" ndr) di Mastrogiacomo, Ajmal Naqshbandi (ucciso poi il sucessivo 8 aprile). La disparità di trattamento ha provocato molta rabbia e discussioni tra gli afgani, in particolare per la morte orribile riservata all'autista del giornalista italiano. E' plausibile che i talebani stiano trattenendo Naqshbandi nella speranza di un altro, anche se meno ricco, scambio di prigionieri. Con questi due nuovi sequestrati, tuttavia, il timore è che i talebani possano uccidere uno o due operatori afgani per spingere il governo francese ed afgano a trattare. Speriamo che non sia il caso.
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lunedì 26 marzo 2007
Iraq: il fronte nella guerra al terrore
Dal sito "Iraq the Model", post del 23 marzo 2007:
"Quando il regime Talebano in Afghanistan è caduto, i giovani facevano la fila dai barieri per tagliarsi i capelli; quando è caduto Saddam, i barbieri sono diventati dei bersagli". Mio padre mi ha fatto questo semplice esempio in una nostra recente discussione sulla guerra al terrorismo. L'esempio è semplice, ma l'idea sottostante è profonda, e punta ad identificare i cambiamenti in atto nella guerra al terrorismo. Ne voglio parlare perchè recentemente mi è capitato di assistere a dibattiti in America sul ridispiegamento delle truppe, e sull'identificazione del vero fronte di guerra sul quale concentrarsi. Mi sembra che su questo punto al-Qaeda (ed i terroristi in generale) non nascondano le loro posizioni: sebbene siano ancora attivi in diverse parti del mondo, è chiaro che stanno spostando i loro sforzi e le loro risorse nella guerra in Iraq. La guerra in corso infatti ha molto a che vedere con le prospettive future di diffondere l'estremismo religioso; questo aspetto a sua volta si fonde con le attività di quei Paesi che, nonostante le distanze ideologiche, condividono gli scopi di al-Qaeda. Questa collaborazione è complessa, ma mostra chiaramente le priorità dei terroisti e degli "stati canaglia" e, di conseguenza, suggerisce quali dovrebbero essere le nostre priorità. Ci sono ovviamente esempi migliori di quello sopra fatto sui bambieri, esempi che è opportuno ricordare a tutti quelli che ingenuamente tendono a semplificare eccessivamente le cose riconducendo la guerra in corso alla caccia adei comandanti di al-Qaeda nascosti in grotte sperdute e lontane dalla civiltà nelle montagne dell'Afghanistan o del Pakistan. Al-Qaeda ed i suoi sostenitori stanno utilizzando gran parte delle risorse propagandistiche per coprire le attività in Iraq, e lo stesso stanno facendo con le risorse finanziarie. I fatti dimostrano che gran parte del denaro viene impiegato per finanziare il terrorismo in Iraq. Non dimentichiamo le reti di reclutamento costantemente scoperchiate in molti Paesi europei ed arabi: raramente, per non dire mai, sentiamo dire che le persone reclutate venivano mandate in Afghanistan perchè normalmente le reclute vengono inviate in Iraq. Inoltre, alcuni dei più importanti comandanti di al-Qaeda hanno lasciato l'Afghanistan per combattere in Iraq. Un esempio che mi viene in mente è Omar al-Farouk che scappò da Bagram per essere catturato più tardi a Basra! La stessa al-Qaeda si vanta del "sacrificio" degli oltre 4.000 "martiri" per sottolineare l'importanza della guerra in Iraq. E le centinaia di attentatori suicidi che hanno scelto di farsi esplodere qui in Iraq piuttosto che in altri posti dovrebbero ricordarci che, se al-Qaeda considera questo il fronte principale, che senso ha parlare di ridispiegamento delle forze? Lasciare il fronte principale non è un ridispiegamento, ma una fuga. Ma perchè l'Iraq è diventato il fronte principale? L'Iraq non può essere confrontato all'Afghanistan, abbandonato dalla maggior parte delle forze di al-Qaeda dopo poche settimane di battaglia (comportamento non da al-Qaeda!) L'Iraq, indebolito da una guerra che ha portato a rovescaire il regime di Saddam ma ricco di risorse e di conoscenze è una tentazione ben più grossa dell'Afghanistan; inoltre, la possibilità che sia instaurata una democrazia in Iraq rappresenta una grave minaccia all'ideologia di uno stato secolare. Pertanto al-Qaeda (e tutti quelli che direttamente o indirettamente la stanno sostenendo) hanno capito che devono concentrare le forze sull'Iraq, piuttosto che perdere tempo in Afghanistan. Proviamo ad immaginare che l'Iraq sia abbandonato a se stesso priam di essere in grado di difendersi da solo, e che cada nelle mani degli estremisti, che cosa accadrebbe? Possiamo confrontare i campi di papavero da oppio con le risorse di petrolio della Mesopotamia? Possiamo correre il rischio di lasciare queste ricchezze al servizio dei terroristi? L'altro aspetto da considerare sono le infrastrutture scientifiche: se parliamo in particolare di tecnologia militare, l'Afghanistan ne è quasi totalmente privo, mentre Saddam ha festeggiato 17 anni fa il lancio del primo razzo nello spazio. Lo stesso risultato che l'Iran ha annunciato di aver raggiunto solo qualche giorno fa. Queste infrastrutture, anche se poca cosa rispetto alle dotazioni degli stati più evoluti, potrebbero essere molto pericolose in mano ai terroristi. Uno stato islamico in Iraq, guidato da al-Qaeda o da uno dei locali partiti estremistici religiosi, rappresenterebbe un enorme minaccia alla sicurezza della regione e del mondo ed un punto di svolta che potrebbe incoraggiare altri ad unirsi ai terroristi... sarebbe molto più difficile cercare di arresatre la marea a quel punto. E' vero che quello che sta accadendo in Iraq non ha nulla a che vedere con le ambizioni degli iracheni o degli americani, e nessuno vuole negare i molti sbagli fatti. Sono d'accordo che si dovrebbero fare pressioni sul governo iracheno per aumentare gli sforzi per ristabilire la legge e raggiungere la riconciliazione. E sono d'accordo che il governo americano dovrebbe riovedere il modo in cui ha pianificato e sta gestendo questa guerra. Ma abbandonare questo fronte o rifiutando di riconoscerne l'importanza sarebbe un errore madornale, che potrebbe portare a conseguenze disastrose per tutti.
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lunedì 12 marzo 2007
Libertà di stampa in Afghanistan
Da Safrang, post del 10 marzo scorso:

Saad Mohseni, capo di una grossa azienda operante nel settore dei media in Afghanistan, ha dichiarato in una recente intervista al Wall Street Journal: Nonostante le numerose sfide che l'Afghanistan deve affrontare, il nostro Paese può vantare dei notevoli successi, e probabilmente il più evidente è lo straordinario successo dei suoi media. A parole, almeno, oggi abbiamo una stampa libera. Fa sicuramente piacere sentire parlare degli "straordinari successi" in Afghanistan. Se non fosse... beh, cosa significa esattamente avere libertà di stampa "a parole"? Questo termine lascia un po' perplessi. Giusto per provare a inquadrare la cosa, sarebbe corretto vantarsi dei diritti delle donne in Afghanistan e poi aggiungere "almeno, a parole"? O di una democrazia efficace "almeno a parole"? E cosa dire del proteggere i giornalisti dalle intimidazioni, "almeno a parole", o le donne dalla violenza, "almeno a parole"? La verità è che -e probabilmente qualcuno è già ricorso a questa metafora- avere la libertà di stampa è un po' come essere incinte. O sei incinta, o non lo sei. Non puoi essere "un po' incinta", così come non puoi avere la libertà di stampa "almeno a parole". La triste realtà è che in Afghanistan non c'è libertà di stampa, beh, se non "a parole". [...]
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giovedì 8 marzo 2007
Afghanistan: "Silenzio mortale dalle zone centrali dell'Afghanistan"
Traduco liberamente dal blog Safrang:
Il quotidiano Iqtidar-e-Milli di Kabul apriva con il titolo sopra riportato, riportando di come -per le intene nevicate- ci siano zone nelle regioni centrali dell'Afghanistan letteralemtente isolate dal resto del mondo. Il giornale lamenta che a più di cinque anni dall'avvio del proesso di ricostruzione, in alcune zone del Paese non è ancora cambiato nulla. Secondo l'articolo, le difficoltà di accedere a servizi essenziali quali strutture sanitarie, strade ed acqua potabile avrebbero frustrato la popolazione, e starebbero erodendo la loro fiducia nel nuovo governo. Che sia giunto il momento di pensare seriamente all'autostrada Kabul-Bamiyan-Cheghcharan-Herat? Il completamento di questo progetto -il cui buon esito pare dipendere da un miracolo, da un'improbabile buona volontà politica e dagli aiuti internazionali- dovrebbe permettere di innalzare lo standard di vita in buona parte della zona centrale dell'Afghanistan, inclusa la regione di Hazarajat (nostro link in inglese, n.d.r.) e abbatterebbe drasticamente i tempi di percorrenza tra l'est e l'ovest del Paese.Vi segnaliamo anche il reportage di Peacereporter.net: Afghanistan, Viaggio in un villaggio dell'Hazarajat.
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mercoledì 7 marzo 2007
Afghanistan: nuovo record nella produzione di oppio
Dal sito Safrang:
[...] per il secondo anno di fila la produzione di oppio ha raggiunto nuovi record. [...] Indipendentemente dal fatto che questi cambiamenti (nella lotta alle piantagioni di droga, n.d.r.) annunciati dal Dipartimento di Stato americano dipendano da questa notizia o meno, la realtà è che la lotta alle piantagion di droga in AfghaAfghanistan è stata un fallimento sin dal primo giorno dell'era "post talebana". Nei fatti, i Talebani ebbero maggiori successi nel limitare le coltivazioni di papavero da oppio (seppure per altri motivi).
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Sono centinaia i bambini che, oggi, lavorano per la strada per guadagnare qualche spicciolo, per sfamare se stessi e la propria famiglia. La maggior parte viene da famiglie povere, ed ha perso i genitori durante la guerra; così oggi deve affrontare lavori molto duri per sopravvivere.
Today hundreds of these children are in the streets to work and earn money to feed herself and her family. Lots of these children are coming from poor family who lost their parents in the time of war and today they have to afford harsh works to survive.
Tutti i giorni sua madre le prepara un po' di 
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