domenica 27 aprile 2008

Cavalieri agli antipodi

di Valeria Gentile

Nella prima fotografia, di Gordon Wiltsie, dei mandriani guidano i cavalli per il ritorno a Darhad Valley, in Mongolia, dopo lo svernamento nell'altro lato delle montagne, a più di tremila metri di altezza. Queste popolazioni hanno vissuto spostandosi tra le montagne per generazioni, ma il governo si sta impegnando per trasferire le popolazioni nomadi in centri urbani più stabili. Questo, purtroppo, significherà la fine di questi viaggi che si ripetono due volte all'anno. E' davvero un peccato che tutto questo si perda, e che si perda il piacere dell'uomo nell'ammirare quei colori, ascoltare quei suoni, sentire quei profumi, nella natura. Qualcosa che noi "occidentali civilizzati" abbiamo già perso da tempo. Nella seconda fotografia, invece, di William Albert Allard, un uomo si esibisce in un rodeo, completando il giro di introduzione in un'arena di fango a Tucson, in Arizona. Il Rodeo è l'evoluzione delle più pericolose tecniche degli antichi cowboy, che le usavano per domare i cavalli e catturare o marchiare i bovini. Durante questi spettacoli si cavalca in piedi sulla sella, al contrario, in gruppo, si prendono alla fune tori e vitelli. Uno dei tanti modi in cui l'uomo "gioca" con gli animali e con la storia, unendo allo spettacolo e all'esibizione il ricordo di ciò che si è stati in passato.

venerdì 13 luglio 2007

Brasile: la fine del Prestes Maia

© testo e foto Tatiana Cardeal (sito web: Brazil Social Photography; Flickr: Fotografie di Tatiana Cardeal).

Gli uccelli sono volati via La fine dell'occupazione del Prestes Maia. Foto di Tatiana Cardeal L'occupazione del Prestes Maia si è oramai conclusa, con lo sgombero di tutte le famiglie. E' durata in tutto quasi 5 anni. Nel fotografare l'entrata principale dell'edificio, ora chiusa con mattoni e cemento, ho provato un mix di sentimenti contrastanti. Se, da una parte, vi sono stati degli sviluppi e delle conquiste importanti nel dibattito e nel processo per l'edilizia popolare, ed è stata portata l'attenzione sull'esclusione sociale causata dalla speculazione edilizia e dai preconcetti di classe, d'altro canto guardare questa porta sbarrata, con tutto ciò che rappresenta, mi rattrista un po'. E' come guardare un'enorme tomba di 22 piani, sigillata, senza vita, nel cuore della città.

giovedì 5 luglio 2007

America Latina: il lavoro minorile non è un gioco

Dal sito "Tim's El Salvador Blog", post del 22 giugno 2007.

Vale la pena guardare il documentario Non è un Gioco, che mostra alcune forme (dannose) di lavoro minorile esistenti nei Paesi dell'America. Esiste anche un sito web relativo al documentario che fornisce ulteriori informazioni su questo argomento. Il documentario parla anche dei "curileros" di El Salvador, bambini che lavorano nelle paludi di mongrovia in El Salvador, per raccogliere molluschi. In questo lavoro pericoloso, i bambini trascorrono ore immersi nel fango della palude per raccogliere i molluschi, e si abituano a fumare sigarette per tenere lontane le zanzare e per difendersi dalle loro punture. In un recente, oltraggioso articolo, che potevamo leggere solo su El Diario de Hoy, lo scrittore sostiene che:

Fa parte della campagna contro il cosiddetto lavoro minorile sostenere che un bambino, o un adulto per quanto ci riguarda, possa essere istruito solo nelle scuole. L'esperienza di secoli mostra che le officine, le fattorie, le fabbriche, i negozi e le aziende sono delle alternative ugualmente valide.

Il titolo dell'articolo? Meglio essere un curilero che un drogato. Come rileva il blogger Hunnapuh, questo è un salto indietro di diversi secoli, ad un sistema feudale nel quale il feudatario era il proprietario sia delle terre sia della vita dei lavoratori. Ma è un atteggiamento ben vivo nei proprietari ed editori del giornale più conservativo di El Salvador. Purtroppo, il lavoro minorile e questi atteggiamenti retrogradi non sono un gioco.

mercoledì 20 giugno 2007

Brasile: la "pacificazione" dei Rikbaktsa

© foto Tatiana Cardeal (sito web: Brazil Social Photography; Flickr: Fotografie di Tatiana Cardeal); testo tratto da "Rikbaktsa Location and history", di Rinaldo S.V. Arruda, dell'Istituto per gli studi Socio-ambientali. Traduzione di Olga Liserre.

Pacificazione
Fotografia di Indigeno Rikbaktsa; fotografia di tatiana CardealDurante e nelle fasi successive la “pacificazione” dei Rikbaktsa, epidemie di influenza, varicella e vaiolo hanno decimato il 75% di una popolazione stimata intorno ai 1300 individui all’epoca del contatto. Di conseguenza i Rikbaktsa hanno perso molte delle loro terre e la maggior parte dei loro bambini più piccoli sono stati prelevati dai villaggi per essere cresciuti nel collegio gesuita di Utiariti, a quasi 200 km di distanza. Lì i piccoli Rikbaktsa sono stati educati insieme a bambini appartenenti ad altri gruppi indigeni, contattati anch’essi dai missionari. Gli adulti sopravvissuti sono stati gradualmente trasferiti dai loro villaggi d’origine ad altri più grandi, centralizzati sotto l’amministrazione catechista dei gesuiti. Nel 1968, circa il 10% del territorio d’origine dei Rikbaktsa è stato delimitato come Terra Indigena Erikbaktsa; da quel momento in poi i bambini hanno iniziato a essere riportati nei loro villaggi e l’azione dei missionari si è concentrata in quella zona. Dalla fine degli anni ’70, i Rikbaktsa hanno lottato per riprendere il controllo su parte delle loro terre tradizionali. Tuttavia, esse sono ancora occupate da minatori, imprese che lavorano il legno e aziende di colonizzazione.

lunedì 18 giugno 2007

El Salvador: Dimostrazioni contro la privatizzazione del sistema sanitario

Dal sito "Tim's El Salvador Blog", post del 17 giugno 2007.

Sabato alcuni manifestanti vestiti in bianco hanno riempito le strade di San Salvador, per manifestare la loro opposizione alle proposte per la privatizzazione di alcune aree del sistema sanitario di El Salvador. Secondo quanto riporta La Prensa Grafica, il corteo, sponsorizzato da diverse organizzazioni non governative e dal FMLN, si è allungato per di 12 isolati, con i manifestanti che esibivano striscioni per la riforma del sistema sanitario, che non comprende il piano di privatizzazione del governo ARENA (partito dell'Alleanza REpubblicana NAzionalista, attualmente al governo con il leader Antonio Saca, ndr). Manifestazioni di questo tipo erano eventi comuni nel 2002-03 e portarono decine di migliaia di persone nelle strade di San Salvador per protestare contro il piano di privatizzazioni dell'allora Presidente Francisco Flores. Le manifestazioni di questi giorni dimostrano che, nell'ottica dei manifestanti, l'attuale governo ARENA sta ora portando avanti tranquillamente la stessa linea politica.

giovedì 31 maggio 2007

Cuba: lettera dal carcere di un giornalista

Dal sito Uncommon Sense, post del 24 maggio 2007:

Il giornalista Juan Carlos Herrera Acosta lancia dal carcere un appello al mondo intero - e in particolare alla Spagna - affinchè si uniscano ai prigionieri politici cubani nel denunciare le violazioni dei diritti umani della dittatura di Castro. Ricevuto dal Cuban Democratic Directorate: Sono Juan Carlos Herrera Acosta, un giornalista indipendente, condannato a 20 anni di carcere. Vorrei che il mondo sapesse che lo scorso 20 marzo (probabilmente è un errore di trascrizione, la data dell'indipendenza di Cuba dagli Stati Uniti è infatti il 20 maggio 1902, come si dice anche nel seguito del testo, ndr) i prigionieri politici ed i prigionieri di coscienza hanno deciso di ricordare il 105mo anniversario della nascita della repubblica di Cuba. Abbiamo iniziato con un discorso rivolto a tutti i carcerati. Jose Daniel Ferrer Garcia, del Movimento Cristiano per la Liberazione, ha parlato per primo, sottolineando l'importanza di questa data e di come il governo abbia cercato di cancellarne la memoria. Poi ho parlato io dalla mia cella. Jose Daniel Ferrer Garcia ha parlato dalla sua cella numero 5, e io dalla mia cella numero 3. Ho fatto un appello alla non cooperazione, a non reprimerci a vicenda, a non collaborare con il regime di Castro. E' stato a questo punto che i carcerati hanno cominciato a intonare slogan per la democrazia, del tipo "Basta con le minacce dell'incarcerazione, basta con il terrorismo, basta con la carcerazione." In aggiunta, hanno iniziato a chiedere il rispetto dei diritti umani, un'assistenza medica adeguata, e altre richieste che non sono state apprezzate dalla Polizia Politica e dai responsabili del carcere. Da quel momento sono inziati alcuni fatti. Stavano di fronte alla mia cella ma non sono entrati. Il 21 maggio hanno condotto una meticolosa ispezione su Jose Daniel Ferrer Acosta, prigioniero di coscienza, e confiscato lettere personali, scritti, ed anche un libro mediocre intitolato "I Dissidenti", è stata veramente una repressione feroce. Il 21 sono stati distribuiti (clandestinamente, ndr) in tutto il carcere degli opuscoli contro il regime, contro tutti gli abusi che sono compiuti qui, su tutte le crudeltà che qui avvengono. Quando (loro, ndr) decisero di liberare la cella di Jose Daniel Ferrer Garcia, egli si diresse da solo verso la cella di punizione. La Sicurezza di Stato diede l'ordine di tormentare e picchiare i prigionieri. Il direttore del carcere, Filiberto Martínez Luis, e il capo dell'Ufficio di Rieducazione, Eider Rodríguez Columbié, così come Romni Alvarez Alcolea, a capo dell'Ordine Interno, presero parte all'attacco assieme alla Sicurezza di Stato. Abbiamo commemorato il 20 maggio, per ricordare una data sacra e per festeggiare il 22mo anniversario di fondazione di Radio Marti, cui estendiamo la nostra gratitudine, da parte sia di Jose Daniel Ferrer Garcia sia mia per il grande lavoro che la stazione radio sta facendo. Tra quelli che hanno partecipato a queste attività c'erano Leoncio Rodríguez Ponce, Nelson Vázquez Lima, Carlos Luis Díaz Fernández, Lamberto Hernández Planas, Eduardo Gamboa Suárez, Germán Bermúdez Carmona, Ramón Corrales Echarte, e Francisco Turnidor Valido. Voglio aggiungere che il 21 maggio è la data in cui è iniziata la repressione, quando hanno cominciato a picchiare i carcerati, e i responsabili del carcere sono venuti a tirare fuori dalle celle i carcerati e a picchiarli selvaggiamente. Tra quelli conciati male vi è Francisco Turnidor Valido, un prigioniero comune, picchiato senza pietà da molti ufficiali, tra i quali il responsabile dell'Ordine Interno, Romni Alvarez Alcolea. In questo momento è nel pronto soccorso del carcere, dove è veramente ridotto male. Ha il setto rotto e ferite in tutto il colpo, per i calci e gli altri colpi che gli sono stati inferti. In questo momento, Jose Daniel Ferrer Garcia è chiuso in una cella di punizione, senza alcuna risorsa, senza acqua, tormentato dalle zanzare, dagli scarafaggi, dai topi. Il capo dell'Ufficio per la Ri-educazione è stato testimone di questa repressione, e di come i prigionieri vi siano stati trascinati. Tra quelli coinvolti vi è il prigioniero politico Eduardo Gamboa Suárez che era stato portato alla cella numero 2 e aveva cominciato a gridare slogano contro il governo. E' stato attaccato da più di 15 ufficiali. Un altro prigioniero che ha subito abusi dai responsabili del carcere è Raidel Carmenate Madruga, meglio conosciuto come “Jorobita”, un caro amico di Antunez e cui rimangono ancora da scontare solo 3 mesi di carcere. Dopo essere stato ammanettato e picchiato brutalmente, è stato trsferito ad una cella di punizione. Al momento, è in una cella d'isolamento. Più di 15 persone sono state coinvolte in questa operazione, tra questi Eider Rodriguez Columbié, Alvin Noa, il vice capo dell'Ufficio di Ri-educazione ed un altro conosciuto con il soprannome di Peña. Gli era stato detto che “Sarebbe stato trattato come meritava.” Alejandro Jordán Escalona González, Edelio, conosciuto come “Lasy”, e Jose Romero Cusac, noto come il ri-educatore, erano tra i partecipanti. L'hanno preso a pugni, e aveva dei tagli sulle mani, essendo stato trascinato per le manette. Ha anche altre ferite, tagli sui polsi, e in tutto questo il prigioniero urlava slogan come "Abbasso Fidel". Anche dalla cella dove si trova ora lo si sente urlare "Abbasso Fidel", "Basta con questo terrorista-tiranno... Lunga vita ai diritti umani... Lunga vita alla democrazia e alla libertà." Gamboa è attualmente in sciopero della fame. Tutti i carcerati stanno protestando, picchiando sulle porte delle loro celle e urlando "Abusi! Basta con il terrore!". C'è una grande tensione e tutto questo è dovuto agli ordini della Sicurezza di Stato e del direttore del carcere, Filiberto Martínez Luis. Questo può essere considerato a tutti gli effetti terrorismo da parte del nuovo responsabile dell'Ordine Interno, Romni Alvarez Alcolea, e ci sono ordini di picchiare e distruggere letteralmente tutto. Le nostre vite sono realmente in pericolo, e mi appello all'Unione Europea, ad Amnesty International, al parlamento Europeo, e a tutte le organizzazioni che difendono i diritti umani nel Mondo affinchè facciano qualcosa. Ciò che sta accadendo qui è veramente inaccettabile. Questo prigioniero è stato picchiato selvaggiamente, e i militari sono rimasti impuniti perchè non stata decisa alcuna misura nei loro confronti. L'unica cosa che abbiamo fatto è stato festeggiare il 20 maggio, e José Daniel Ferrer García ha fatto una bellissima introduzione, poi ho preso io la parola e ho parlato di non-collaborazione, di non collaborare con un regime che porta dolore, come ho raccontato loro di madri che meritano di avere la possibilità di vedere i loro figli. Chiediamo l'amnistia per tutti i prigionieri politici, perchè le carceri sono diventate veramente delle miniere di terrore e i carcerati stanno perdendo la loro vita per condanne eccessive per il più insignificante dei reati. Chiediamo l'aiuto della comunità internazionale affichè intervenga in questa situazione che è diventata così tesa. Le nostre vite sono in pericolo. so che in ogni istante potrò essere picchiato per una di queste proteste che continuiamo a portare avanti. Con dispiacere, questa è una richiesta specifica al governo spagnolo, che sta difendendo il sistema terroristico di Fidel Castro, affinchè si renda conto che i diritti umani non sono rispettati a Cuba, che i prigionieri non sono protetti, e che non vi sono organizzazioni o istituzioni che li tutelino a Cuba. La crudeltà mostrata dagli ufficiali militari è indescrivibile. Ho solo 10 minuti per parlare, e passano velocemente, così mi scuso se ci sono cose che non posso raccontarvi bene, ma vorrei che le persone che vivono nel mondo libero sapessero cosa accade in questa buca di terrore che è il carcere di Kilo 8.

Brasile: gli abusivi del Prestes Maia

Introduzione Per più di un decennio, un edificio di 22 piani sulla Rua Prestes Maia, nel centro di San Paolo, è rimasto disabitato, abbandonato dal suo proprietario. Nel novembre del 2002, il Movimento Sem Teto do Centro (MSTC), il Movimento dei Senzatetto di San Paolo, l'hanno occupato. Dall' aprile 2005 il Comune ha iniziato le procedure di sfratto della costruzione, su incarico del proprietario. Nel febbraio 2006 è stato fissato una scadenza (15 aprile) per lo sgombero delle famiglie. Il 30 marzo 2006, Amnesty International ha emesso un "Azione Urgente" per conto delle famiglie del Prestes Maia, ricordando alle autorità brasiliane che, in base all'Accordo Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, devono quantomeno fornire un adeguato preavviso dello sgombero, e fornire agli occupanti un adeguata soluzione alternativa. Il 4 aprile 2006, la Corte Suprema ha riconosciuto il diritto di residenza delle famiglie, sospendendo l'ordine di sgombero a tempo indeterminato. Nel febbraio 2007 è stato approvato un nuovo ordine di sgombero delle 468 famiglie del Prestes Maia, entro il 4 marzo, in quanto l'edificio -nel suo stato attuale- non potrebbe essere adibito a civile abitazione. Nel marzo 2007, un giudice statale di San Paolo ha postposto la data di sgombero di 60 giorni, fino al 10 maggio. Il 12 aprile 2007, il sindaco della città di San Paolo, Gilberto Kassab, si è incontrato con il Ministro delle Aree Urbane (Ministro das Cidades, ndr), Marcio Fontes, e con altri esponenti per risolvere il problema delle famiglie del Prestes Maia. Ora è in corso un progressivo e pacifico sgombero del Prestes Maia, e le famiglie sono spostate in nuove abitazioni. Quella che segue è una sintesi di un fantastico foto reportage di Tatiana Cardeal: clicca qui per vedere il foto reportage sull'occupazione del Prestes Maia.
© testo e foto Tatiana Cardeal (sito web: Brazil Social Photography; Flickr: Fotografie di Tatiana Cardeal) Dove andremo?
L'inizio
Circa due anni fa ho in inziato a documentare l'occupazione del Prestes Maia nella città di San Paolo. Ero di fronte alla porta d'ingresso di un appartamento, perplessa per l'immagine che mi trovavo di fronte, quando è arrivato questo bambino, pieno di vita... ho scattato.
L'edificio del Prestes Maia
Prestes Maia è una immensa fabbrica abbandonata di abiti, che troneggia nel cuore di San Paolo, ed è la più grande occupazione abusiva dell'America Latina: l'edificio, con i suoi 22 piani, ospita 468 famiglie, circa 2000 persone del MSTC (Movimento dei SenzaTetto della Città di San Paolo). I proprietari dell'edificio, Jorge Hamuche e Eduardo Amorim, abbandonarono l'edificio venti anni fa e devono allo Stato circa 1,8 milioni di euro in tasse arretrate. Ciò nonostante, il giudice della 25a Giurisdizione Civile di San Paolo ha accordato un ingiunzione per il recupero della proprietà, ignorando i diritti di residenza degli occupanti e una nota delle Nazioni Unite che dichiara: "il governo municipale di San Paolo, per il tramite del Secretaria de Habitacao e Desenvolvimento Urbano e COHAB, deve attivarsi per la ristrutturazione dell'edificio del Prestes Maia destinandolo ad abitazioni e a scopi sociali, per perseguire gli obiettivi di esproprio dell'edificio da parte del Comune."
22 piani, e non un ascensore.
Roberta e 468 altre famiglie sono in attesa. Dopo un incontro in comune, il 15 febbraio 2006, la gente del Prestes Maia ha ottenuto un rinvio di altri due mesi; potrà restare nelle proprie abitazioni e negoziare.
La gente del Prestes Maia
All'interno dell'edificio, un'anziana signora con il suo bastone. Alcuni giorni fa Chris mi chiedeva dei vecchi e dei malati... come fanno, con 22 piani e nessun ascensore? Beh, è triste ma la realtà è che devono arrangiarsi.
Parlando con Romilda Nunes, 63 anni, e suo marito, João Cosme, emerge rapidamente la loro preoccupazione. Anche io sono preoccupata.
Daiane e suo figlio, Kauê Nicolas, vivono entrambi nell'edificio del Prestes Maia.
Un anno fa circa, Severino nell'accampamento del Movimento dei Senzatetto. Si sono accampati diverse volte di fronte al municipio di San Paolo, per protestare e fare pressioni sul sindaco per la loro causa. Severino è il fondatore della Biblioteca Popolare del Prestes Maia e, con Roberta, il suo custode.
Uno degli abitanti del Prestes Maia, in una manifestazione con la partecipazione di un gruppo di artisti, la scorsa domenica (12 febbraio 2006).
Questa è Ivaneti de Araujo, una delle principali leader di questo movimento, mentre parla alle persone del Prestes Maia. Sono appena rientrata dal Prestes Maia, dove è in corso un'assemblea. Bene, la buona notizia è che questo pomeriggio, dopo un incontro in municipio, lo sgombero è stato rinviato di due mesi. Poi, dovranno riprendere i negoziati una volta ancora, e poi ancora e ancora.
Dieci donne guidano il "Movimento dei SenzaTetto" di San Paolo, la comuità dei più emarginati della città, costituita da migliaia di persone che in precedenza vivevano sulle strade. Come un esercito senza protezione, hanno fondato il "Movimento dei Senzatetto" non solo come strumento per battersi per il diritto all'abitazione, ma anche come mezzo per ritrovare la propria dignità, minata dalla mancanza di assistenza e dalla segregazione sociale. Qui sopra abbiamo la signora Romilda (a sinistra) e il coordinatore del Prestes Maia, signora Jomarina (a destra), ai fornelli in una cucina improvvisata nell'accampamento. Vivono entrambe al Prestes Maia, e qui stanno preparando la pasta per centinaia di persone del Movimento dei SenzaTetto.
I bambini del Prestes Maia
Ho scattato questa fotografia nel Luglio 2005, quando visitai per la prima volta il Prestes Maia in seguito ad un tentativo di sgombero forzato. Non ho più rivisto questi bambini, probabilmente hanno lasciato l'edificio. Erano in posa per un pittore... sono molti gli artisti intervenuti in aiuto, e molti stanno ancora aiutando per portare questo problema all'attenzione delle persone.
Ecco Carlos Daniel, che ha una lieve carenza di apprendimento, con sua nonna Roberta (sullo sfondo). Vivono al Prestes Maia, in una famiglia di tre adulti e due bambini.
1, 2, 3... fratelli (Jonas, Lucas e Jessica), 3 dei 315 bambini che vivono al Prestes Maia.
I bambini del Prestes Maia si sono ritrovati per pregare per le decisioni che determineranno il loro futuro. La vita al Prestes Maia Al Federal Public Ministery, alcune persone del Prestes Maia partecipano ad un udienza pubblica. Queste donne sono straordinarie! Ho imparato così tanto da loro. Adoro vedere la loro consapevolezza di collettività (aspetto che ho riscontrato anche negli indigeni). Mi stupisco sempre a pensare quanto una società, capace di guardare all'interesse collettivo con la stessa attenzione con cui guarda all'interesse privato, può essere diversa. In una giornata tranquilla le famiglie del Prestes Maia festeggiano l'ultima sospensione dello sgombero con un barbecue sulla strada, nella Prestes Maia Avenue, ma vi è ancora tensione nell'aria. Questo era prima dell'accordo finale per lo sgombero progressivo, ed erano piuttosto sfiduciati. Non mi dimenticherò certe facce affamate in quel giorno!. Ecco una fotografia di Roberta, la nonna di Carlos Daniel, mentre cerca di preparare la cena in camera, all'ottavo piano. La società elettrica ha tolto la corrente lo scorso sabato (27 maggio) alle 7.30 del pomeriggio, senza dare alcun preavviso. Gli operai della società sono arrivati all'edificio scortati da 10 autovetture della polizia. All'inizio dell'occupazione del Prestes Maia i residenti hanno cercato di trattare con la AES Eletropaulo Company (la filliale dell'American AES Corporation, Houston Industries Energy, Inc.), chiedendo di poter pagare per l'elettricità che stavano utilizzando, ma la società pretendeva che saldassero prima un vecchio debito del precedente proprietario, circa 50.000 dollari americani. Di fatto, non c'era spazio per trattare, così crearono degli allacciamenti illegali alla rete elettrica. Questo bambino sta cercando delle nuove storie nella Biblioteca Popolare del Prestes Maia. Il progetto di questa biblioteca è stato avviato da una coppia , Severino e Roberta; Severino si gudagna da vivere riciclando i rifiuti che raccoglie per le strade di San Paolo, e raccogleva molti libri abbandonati per strada. Non sapendo leggere, si sentiva male all'idea di buttarli. "I libri sono sacri", dice. Così Severino e Roberta hanno iniziato a raccoglierli, poi si sono resi conto che erano centinaia di libri, e li hanno messi in ordine. Oggi la Biblioteca Popolare del Prestes Maia conta circa 16.000 libri, ed è frequentata dai bambini e degli adulti del Prestes Maia, ma anche da esterni. E' il seme della conoscenza, vivo nonostante le asprezze della vita. Nell'aprile 2006, il Prestes Maia ha ospitato una fantastica mostra d'arte, parte di un festival d'arte ben più grande, la IX Biennale dell'Avana. 13 gruppi di artisti, che sostengono il Movimento dei SenzaTetto del Prestes Maia, erano stati invitati a partecipare alla Biennale di Cuba, ma sono sorti alcuni problemi finanziari e economici... così hanno deciso di creare questa "stanza parallela" della Biennale dell'Avana, negli scantinati dell'edificio del Prestes Maia, per esporre le loro opere in contemporanea alla Biennale, e copie di molti lavori sono state inviate all'Avana via fax, ogni giorno. E' stato un altro modo per richiamare l'attenzione della società sui problemi dell'occupazione. Questo è uno dei loro lavori. E' una sorta di totem del Prestes Maia: alta 4 metri, questa colonna di luce illumina alcune fotografie dei residenti. Dice uno dei creatori (un gruppo chiamato "February, 3th Front"): "Ciò che sostiene questo edificio non sono le sue mura, ma questa gente". Per pura fortuna ho trovato il piccolo Aquiles, un bambino intelligente ed uno degli abitanti del Prestes, che giocava dentro il totem. Le scritte rosse raccontano della resistenza e di Zumbi, un eroico leader degli schiavi fuggiti alla schiavitù nel Brasile del 17mo secolo. Gli artisti hanno citato Zumbi perchè gli appartamenti del Prestes hanno ricordato loro i quilombos (i quilombos erano nascondigli dove gli schiavi fuggiti alla schiavitù si nascondevano. L'unico posto sicuro per vivere in libertà). Lunga vita allo spirito di Zumbi! Questa foto è stata scattata un anno fa; è la performance di un'artista durante una manifestazione per fare pressioni sui giudici, chiedendo la sospensione dello sgombero forzato del Prestes Maia. La conclusione (?) L'edificio del Prestes Maia si sta svuotando, giorno dopo giorno, ma vi sono ancora alcune opere d'arte, del gruppo "February, 3rd Front", che risplendono come totem di luce nel bel mezzo del garage. Nella foto, Patrick Wilcken, scrittore e coordinatore delle campagne di Amnesty International in Brasile.
Venti dei cambiamenti Un cancello si aprirà Noi navighiamo nel mare dei sogni E delle speranze Ogni luogo Deve incantare gli occhi E toccare il cuore Caro Prestes Maia Simbolo di molte lotte E conoscenza Abbiamo portato il tuo nome nel mondo Ma tu resterai nei nostri cuori Uccello maestoso Che ci ha accolto Sotto le proprie ali Ecco lo specchio della vita Ma ora si deve andare Arrivederci caro Prestes Maia Ti dobbiamo lasciare Le porte si chiudono Gli applausi svaniscono Ma tutto questo Resterà per sempre nella nostra memoria.
Poesia di Roberta Maria da Conceição, una mia cara amica, sempre pronta a spalancare le proprie ali e la propria casa per accogliermi al Prestes Maia. Uno degli appartamenti oramai vuoti al Prestes Maia, che abbiamo visitato dopo l'inizio dello sgombero. Qui sopra abbiamo il gruppo inglese di Amnesty International, una settimana fa circa: - Patrick Wilcken, coordinatore delle campagne di Amnesty International in Brasile; - Tim Cahill, ricercatore di Amnesty International per il Brasile; - Manoel Del Rio, avvocato che assiste il Movimento dei SenzaTerra. Ci hanno scritto da tutto il mondo, sostenendoci nei giorni difficili della resistenza e della negoziazione. Questo è stato un aspetto importante di tutto il processo, e tu ne sei stato parte. Grazie mille.
Non scordiamolo, il cambiamento dipende da ciascuno di noi :)

venerdì 25 maggio 2007

La battaglia di Brigida per l'emancipazione

Per gentile concessione della Fondazione Pangea.

LA BATTAGLIA DI BRIGIDA PER L’EMANCIPAZIONE I sogni, le speranze e le difficoltà delle Donne zoque in Chiapas di Viviana Cocchi, volontaria Vides in Chiapas Quando si arriva a Ocotepec dalla strada di Tuxtla, in Chiapas, la prima impressione che risalta è la presenza dei bambini per la calle (strada, ndr) che giocano o che passeggiano e degli uomini agli angoli delle case che chiaccherano o lavorano. Le donne non ci sono, le incontri qualche volta dentro una tienda (negozio) mentre comprano qualcosa da preparare in cucina oppure in Chiesa a pregare davanti a una candela. Per “respirare” le donne bisogna accedere al loro mondo, nel loro “hogar” (focolare): la casa. La casa odora della loro presenza, è il loro tempio, la loro forza, il loro posto: lavano, puliscono, cucinano, accudiscono i figli, danno da mangiare agli animali. Arrivi alla porta di entrata di una tipica casa zoque in legno, bussi e ti apre un bimbo. Chiedi di parlare con la mamma e il piccolo, che inizia gridando ad annunciare la tua invasione nella sua casa in lingua zoque, ti conduce attraverso la prima stanza completamente vuota, senza sedie o tavoli che è solitamente il posto della chiacchera, spesso adibito anche a camera per dormire in un letto di solito riposto nell’angolo o in un’amaca appesa alle travi del soffitto. Nelle case più ricche la stanza sucessiva è il corridoio, dove alla destra trovi le camere da letto, divise da tende o porte; il bimbo ti porta ancora più avanti, alla fine della casa, dove pensi ci sarà il patio e gli animali, e invece incontri la cucina e ti avvolge il fumo, l’odore del cibo, il rumore delle pentole e lì finalmente sei arrivato. Sei nell’hogar, sei davanti alla donna di casa. Avvolta nel suo scialle di lana, con un bimbo in braccio, si copre solitamente la bocca per parlare in spagnolo, perché le da pena, si vergogna, pensa di non essere all’altezza della lingua che non sente sua, una lingua che le è stata imposta secoli fa, attraverso sevizie e genocidi, ma che ora è la fonte di lavoro e guadagno. Brigida vive così. Praticamente tra la cucina e il lavatoio. Ha 37 anni ed è madre già da 21 anni di 7 bellissimi maschi e 3 femmine. È zoque, è di Ocotepec da molte generazioni e ha sempre vissuto nella sua casa. Con lei ha sempre convissuto sua madre che è diventata vedova prima del tempo e che ora l’aiuta in casa, spesso si reca con lei a fare legna (70 anni, ma ancora tante energie) o a lavorare nel campo. Brigida si è sposata molto giovane, a 15 anni, nella media del posto. Come la maggior parte delle donne zoque di questa età non conosceva suo marito prima del matrimonio, sono stati i genitori a decidere per lei con chi si dovesse sposare. Un giorno un signore è entrato in casa sua e ha chiesto ai genitori la sua mano e così si è organizzato il matrimonio e Brigida ha conosciuto il suo futuro compagno di vita. A 15 anni il suo obiettivo non era farsi una famiglia, ma studiare, imparare a insegnare per lavorare come maestra della scuola elementare. Non ha potuto. Non le è stato concesso neanche di finire le medie. Quando mi racconta dei suoi sogni si tocca i lunghi capelli neri corvini e scioglie la sua treccia, la innervosisce questo argomento; le ricorda momenti difficili, scontri in famiglia celati dalla parola assoluta del padre. Ora però che ha una sua famiglia e una sua casa, si è guadagnata più indipendenza e potere di scelta: presto riprenderà a studiare, vuole almeno finire la scuola dell’obbligo. Ci sediamo davanti alla cucina di legno dove sta preparando tortillas fatte a mano e atol di mais, mentre la nonna macina il caffé per regalarmelo. Le donne zoque amano chiaccherare tra loro davanti a un fuoco, raccontare di vecchie leggende o vecchi costumi ormai in disuso, parlare della propria gioventù, spesso criticare anche la troppa influenza della cultura occidentale, e soprattutto americana, nelle loro comunità. Si parla per ore e ore, in spagnolo con qualche parola zoque che cerchi di capire, ma che ti riesce quasi impossibile tradurre; Brigida mi racconta di come ha dovuto lasciare la secondogenita ai genitori del padre, perchè non poteva permettersi di crescerla. Ora la ragazza, che tra poco si sposa, considera i nonni come suoi genitori e pur abitando solo distante due strade torna a casa a visitare la sua famiglia due volte al mese. Dopo questa difficile, ma obbligata scelta, Brigida ha deciso che i suoi figli sarebbero cresciuti in casa sua, cercando di assicurare loro un’educazione scolastica, alimenti e un tetto dove dormire. Ha fatto molti sacrifici, ma è riuscita a mandare a scuola tutti i suoi figli e il più grande ora sta studiando all’università di Tuxtla Gutierrez per diventare maestro di scuola e nello stesso tempo insegna in una scuola elementare in una comunità del municipio di Ocotepec. È molto fiera dei suoi figli, vede probabilmente in loro ciò che avrebbe potuto essere lei. Almeno sta dando loro un’opportunità di scelta, cosa che non è stata data a lei in passato. Ora tocca a loro decidere se afferarla. La cucina si riempie sempre più di fumo, non ci sono prese d’aria, non ci sono cappe, solo gli spifferi tra le assi di legno delle pareti funzionano come vie d’uscita. I vestiti si impregnano dell’odore della legna bruciata, del mais cucinato, i miei occhi cominciano ad abituarsi all’oscurità della cucina e non mi sento diversa da loro. Alla fine sono una donna anch’io, con costumi e cultura differente ma con le stesse percezioni, gli stessi istinti materni, la stessa voglia di creare una famiglia. Tutte e tre sedute davanti al focolare, tutte e tre a raccontare le proprie esperienze, tre generazioni a confronto, usi e costumi così diversi, tradizioni così lontane. Non mancano i bambini che ci girano intorno, che vogliono giocare, che si buttano per terra, che vogliono mangiare, che vogliono succhiare il latte dal seno della mamma e le galline che cercano disperatamente un chicco di mais da mangiare, qualcuno che bussa alla porta, qualcun’altro che entra in casa e chiede in zoque qualche informazione o solo una tazza di caffé. Tutti i figli di Brigida studiano; i più grandi hanno avuto l’opportunità di studiare fuori Ocotepec, a San Cristobal De Las Casas, a Tuxtla Gutierrez o a Emiliano Zapata, mentre i più piccoli vanno a scuola nel municipio. Ernesto, il maggiore, mi racconta che sua mamma gli ha insegnato la matematica, pur non avendo terminato la scuola dell’obbligo. Ogni sera, quando lui aveva 7-8 anni, si sedeva accanto a suo figlio e gli spiegava come si facessero le operazioni, cosa fosse la geometria, l’algebra. Ernesto parla di sua madre come di una grande donna, molto intelligente e volenterosa, a volte severa, ma molto amorevole. Brigida è sicuramente una donna diversa dalle altre, nel carattere, nella determinazione, nell’educazione che sta dando ai suoi figli, ma rappresenta comunque tutte le donne zoque, madri di famiglia, spose di mariti troppo legati a una tradizione maschilista, donne che non hanno avuto molte opportunità di scelta, donne che non si vedono ma che esistono, che pregano, che sperano, che tentano di cambiare pur rimanendo legate indissolubilmente alla propria identità culturale indigena, donne diverse da noi donne occidentali, ma in fondo donne come tutte noi.

giovedì 24 maggio 2007

Brasile: sopravvivere alla strada

Dal sito Children At Risk - STREETKIDS, gestito dalla fondazione CARF Brasil, post del 13 aprile 2005. Si ringrazia Olga Liserre per la traduzione.

Sopravvivere alle strade del Brasile
Foto di violenze su bambino di strada - Fondazione CARF BrasilRoney mostra con orgoglio le nuove componenti che si aggiungono alla sua crescente collezione di cicatrici di strada, “souvenir” indelebili che si accumuleranno sul suo fragile corpo finché egli vivrà in strada. “Un’infanzia non è vissuta senza conseguenze, tra i poveri ragazzi Capitães de Areia. Anche quando un giorno diventerai un artista e non un ladro, un omicida o un delinquente.” – Jorge Amado Durante la delicata fase in cui si cerca di motivare un bambino ad abbandonare la strada per sempre, le loro preoccupazioni diventano le nostre. Sopravvivranno tanto da raggiungere questo importante momento di passaggio per le loro esistenze? Ogni singolo bambino nasconde una storia anonima, con debiti che un giorno dovranno essere saldati. Per un bambino che cerca di sopravvivere tra le misere strade del Brasile sarebbe più sicuro cavalcare un cavallo selvaggio in un rodeo. Il loro coinvolgimento nella delinquenza e l’ampia scelta di attività criminali garantiscono che prima o poi questi bambini finiranno col trascorrere gran parte della loro infanzia in uno dei malfamati riformatori o centri di detenzione giovanile chiamati FEBEM, meglio conosciuti come “scuole” per allevare giovani aspiranti criminali! Accade proprio questo, se i bambini non raggiungono prima le porte del paradiso, come è successo o succederà a molti loro colleghi. Per qualsiasi genitore amorevole, che vive per proteggere e occuparsi della propria prole, cercare di comprendere cosa questi bambini debbano sopportare sulla strada diventa un compito impossibile, quasi surreale. Provare a capire come chiunque sia capace d’infliggere un tale dolore o arrivare a uccidere un bambino abbandonato sulla strada va al di là di ogni immaginazione per qualunque cittadino normale. Osservando le cicatrici lasciate sul suo fragile corpo, posso solo immaginare l’intensa battaglia che Roney deve aver sostenuto per evitare di essere pugnalato in un posto “strategico” da quel coltello da macellaio impugnato da qualcuno infinitamente più malvagio di qualsiasi macellaio che possiamo incontrare. Se non fosse stato per la sua ben addestrata agilità (qualcosa che la maggioranza dei bambini di strada possiede come parte del loro gioco per la sopravvivenza), sono abbastanza certo che il macellaio in quella situazione avrebbe avuto la meglio. Ascoltare Roney mentre racconta la sua incredibile storia mi fa chiedere ancora una volta come mai un bambino che conosce e sente il dolore inflitto da tali episodi possa ancora avere il coraggio di condurre uno stile di vita tanto tormentato, specialmente quando un’alternativa positiva è a portata di mano. Poi immediatamente ricordo le esperienze passate e mi rendo conto della quantità di lavoro che ci aspetterebbe se dovessimo controbilanciare tutto ciò che di negativo c’è nella giovane vita di questo bambino. Per agevolare la loro prospettiva, provo spesso a chiedere loro di visualizzare le proprie vite come se fossero bilance. Da un lato c’è un piatto, traboccante di esperienze negative accumulate nel passato. Dal lato opposto, un piatto vuoto, con molto spazio per le innumerevoli cose sconosciute ma positive che avverranno nel futuro. Queste bilance rappresentano la costante battaglia che loro stanno sostenendo, la lotta tra il bene e il male. È nostro dovere controbilanciare tutte queste opposte esperienze dando sicurezza attraverso l’amore e la generosità che ogni essere umano di rispetto è capace di offrire. Ciò va associato alle norme di base per avere uno stile di vita degno, con le conseguenze necessarie, sia positive che negative, che dipendono dalle loro azioni. Col passare del tempo, il piatto vuoto su un lato della nostra bilancia immaginaria comincia a diventare più pesante rispetto all’altro, perché, come per le memorie negative della vita, nessuno può toglierci le esperienze positive. Poco a poco, il bene supererà il male, non solo nell’immaginazione, spianando il terreno per intraprendere il vero lavoro di recupero di un bambino di strada.

martedì 22 maggio 2007

Cile: dimostrazioni per la morte di Rodrigo Cisternas

Dal sito annalisamelandri.it:

"Un lavoratore cileno del settore del legname, Rodrigo Cisternas Fernández di 26 anni è stato ucciso durante la repressione di una grande manifestazione operaia contro l’azienda italo-cilena Celulosa Arauco y Constitución S.A. (Celco) di proprietà del Gruppo Angelini. E’ accaduto il 3 maggio scorso, durante un blocco stradale organizzato da 2500 operai della Celulosa Arauco che da tempo erano in sciopero per ottenere migliorie salariali e condizioni lavorative più degne. Negli scontri, oltre all’operaio ucciso, si sono registrati 6 feriti di cui almeno 4 carabinieri e inoltre 6 persone sono state arrestate. Già dal mese di marzo erano state avviate delle negoziazioni con la multinazionale italo-cilena che però non avevano dato i risultati sperati. Tra le richieste avanzate c’era quella di garantire maggior sicurezza sul lavoro e quella più importante, un aumento del salario del 40% (un salario mensile si aggira tra i 60.000 e 40.000 pesos, circa 100 US). [...]" [Leggi l'intero articolo]
© testo e foto Antitezo (sito web: Our War)
Rodrigo Cisternas, presente! Il 3 maggio scorso Rodrigo Cisternas, un operaio, è stato ucciso dalla polizia nel corso di uno sciopero per ottenere migliori condizioni lavorative.