DONNE DEL TERZO MILLENNIO: TASLEMA NASREEN
La battaglia contro i fondamentalismi della nota scrittrice bengalese
Di Francesca Caferri, La Repubblica

L’ultima notizia è una fatwa che la condanna a morte per decapitazione: a chi la eseguirà, Taqi Raza Khan, presidente dell’All India Ibtehad Council, un piccolo gruppo musulmano molto noto e influente in India, fra i più radicali del Paese, ha promesso l’equivalente di 10mila euro. Sono dodici anni che Taslima Nasreen lotta contro l’estremismo: nel 1994 la scrittrice fu costretta a lasciare il suo Paese, il Bangladesh, dopo la pubblicazione del suo primo romanzo. Lajja (in italiano Vergogna) racconta la vita delle donne in Bangladesh e le quotidiane discriminazioni che subiscono: argomento troppo scottante, che le costò appunto una condanna a morte dagli estremisti del suo Paese e la portò a trasferirsi in India, dove oggi vive sotto la protezione costante delle sue guardie del corpo.
Oggi la storia rischia di ripetersi: a volersi liberare di questa intellettuale irriverente, sempre pronta a denunciare violazioni dei diritti e oppressioni, soprattutto quelle compiute in nome della religione sulle donne, sono questa volta i musulmani estremisti dell’India. In seguito alla pubblicazione di un articolo sull’importante settimanale Outlook, in cui condannava l’uso del burqa, hanno, infatti, fatto ripartire una delle loro periodiche campagne contro la scrittrice, chiedendo che il permesso di soggiorno nel loro Paese - che è in scadenza - non le sia rinnovato. Polemicamente intitolato “Bruciamo il burqa” - ma quando è esplosa la polemica il giornale ha sostituito il titolo sul sito internet con un più cauto “Ripensiamo il burqa” - il testo spiegava che l’uso di costringere le donne a coprirsi è il frutto di un problema tutto maschile (quello dell’eccitamento che li coglie alla vista delle donne) e che è uno strumento per mantenerle in stato di sottomissione e oppressione. Risultato: le donne dovrebbero smettere di conformarsi a questa abitudine, imposta loro centinaia di anni fa.
Queste parole hanno irritato i membri dell’AIIC che, per bocca del loro presidente, hanno invitato i “veri fedeli” a ucciderla, in caso invece le autorità indiane decidano di farla restare garantendole la cittadinanza. «Questa donna ha una lingua velenosa e attacca la legge islamica», ha detto Raza Khan secondo quanto riportato dai media indiani. «Abbiamo sentito che il governo pensa di darle la cittadinanza: questa decisione fa orrore a tutti i musulmani che hanno rispetto di Dio. La nostra condanna sarà sospesa solo se questa donna si scuserà, brucerà in pubblico i suoi libri e lascerà da sola il Paese». Un altro religioso molto noto a Lucknow gli ha fatto eco, pur non parlando ufficialmente di condanna a morte: «È stata violenta nei suoi attacchi al Profeta e deve essere fermata», ha spiegato Maulana Khalis Rasheed Firangimahali.
Queste parole e l’iniziativa di mettere una taglia sulla sua testa, presa da Raza Khan - che dice di aver il sostegno di 150 religiosi e saggi che sostengono l’AIIC e di tutto l’All India Muslim Personal Law Board (AIMPLB, massima istituzione giuridica della comunità musulmana) - hanno scatenato proteste in India e in Gran Bretagna, dove i rappresentanti delle comunità musulmane moderate (che avevano anche invitato la Nasreen a parlare a un convegno sul ruolo della donna musulmana nella società indiana e sul velo), hanno scritto al governo indiano senza ottenere finora nessuna risposta ufficiale.
In queste settimane, gli ufficiali di Calcutta stanno esaminando la richiesta della Nasreen di ottenere la cittadinanza indiana e mettere fine così alla sua vita da costante esiliata, ufficializzando l’acquisizione di nuove radici: la decisione al momento di andare in stampa non è ancora nota, ma la lunga attesa e le forti polemiche hanno amareggiato molto la scrittrice che qualche settimana fa ha ribadito di non volersi piegare alle richieste degli estremisti e di non voler accettare le tante offerte di ospitalità che le sono arrivate dai Paesi europei. «Io voglio vivere in una parte di mondo che risponde alla mia cultura e con la gente di cui scrivo. Credo che la mia azione sia molto più efficace da qui di quanto non lo sarebbe in Europa», ha spiegato. «Il governo indiano non mi ha offerto nessuna solidarietà in questa vicenda, ma me lo aspettavo. Hanno bisogno del voto dei musulmani e cercano di compiacerli: ma ascoltando solo le frange estremiste fanno un grave errore».
Negli ultimi anni, aiutate dalla crescita contemporanea del fondamentalismo hindù, le frange di estremismo islamico hanno guadagnato nuovo terreno in India, come dimostrano le manifestazioni di rabbia esplose nel Paese all’indomani della condanna a morte di Saddam Hussein. Allora a Bangalore, capitale tecnologica dell’India e vetrina del futuro, secondo il partito del Congresso al potere a Delhi, ci furono morti e feriti: la polizia fu costretta a intervenire per bloccare gruppi di nazionalisti hindù che volevano scagliarsi contro i musulmani, le scuole furono chiuse e il lavoro di alcuni call center fu bloccato. Pochi giorni dopo, violenze simili fecero ridurre i tempi della visita di una delegazione di imprenditori italiani guidati dal presidente del Consiglio Prodi alla città: segnali preoccupanti per un Paese che sempre più cerca di accreditarsi all’estero come potenza economica e democratica nello stesso tempo ma che, negli ultimi anni, ha visto aumentare sempre più la tensione fra la maggioranza hindù e la minoranza musulmana (circa il 10% del miliardo di abitanti).
In questo quadro si inserisce la vicenda della Nasreen: episodio secondario all’apparenza, ma le cui ripercussioni rischiano di far crescere ulteriormente la tensione inter-religiosa, come lei stessa ammette. «Non voglio generalizzare, ma il fondamentalismo è in crescita in ogni parte del mondo e non si può più dire che in una zona è pericoloso e nell’ altra no. È un virus che viaggia da un Paese all’altro e che si combatte solo con l’educazione, l’uguaglianza e dividendo lo Stato dalla religione. Un concetto che pochi governi, compresi quelli europei, hanno afferrato: gli estremisti sono una minoranza fra i musulmani, ma molti Stati e governi li considerano rappresentanti di intere comunità, solo per cercare di tenerli buoni. Questa è una politica che non paga, bisognerebbe affrettarsi a capirlo». E magari, ad aiutare chi cerca di far passare questi concetti.