venerdì 25 maggio 2007

La battaglia di Brigida per l'emancipazione

Per gentile concessione della Fondazione Pangea.

LA BATTAGLIA DI BRIGIDA PER L’EMANCIPAZIONE I sogni, le speranze e le difficoltà delle Donne zoque in Chiapas di Viviana Cocchi, volontaria Vides in Chiapas Quando si arriva a Ocotepec dalla strada di Tuxtla, in Chiapas, la prima impressione che risalta è la presenza dei bambini per la calle (strada, ndr) che giocano o che passeggiano e degli uomini agli angoli delle case che chiaccherano o lavorano. Le donne non ci sono, le incontri qualche volta dentro una tienda (negozio) mentre comprano qualcosa da preparare in cucina oppure in Chiesa a pregare davanti a una candela. Per “respirare” le donne bisogna accedere al loro mondo, nel loro “hogar” (focolare): la casa. La casa odora della loro presenza, è il loro tempio, la loro forza, il loro posto: lavano, puliscono, cucinano, accudiscono i figli, danno da mangiare agli animali. Arrivi alla porta di entrata di una tipica casa zoque in legno, bussi e ti apre un bimbo. Chiedi di parlare con la mamma e il piccolo, che inizia gridando ad annunciare la tua invasione nella sua casa in lingua zoque, ti conduce attraverso la prima stanza completamente vuota, senza sedie o tavoli che è solitamente il posto della chiacchera, spesso adibito anche a camera per dormire in un letto di solito riposto nell’angolo o in un’amaca appesa alle travi del soffitto. Nelle case più ricche la stanza sucessiva è il corridoio, dove alla destra trovi le camere da letto, divise da tende o porte; il bimbo ti porta ancora più avanti, alla fine della casa, dove pensi ci sarà il patio e gli animali, e invece incontri la cucina e ti avvolge il fumo, l’odore del cibo, il rumore delle pentole e lì finalmente sei arrivato. Sei nell’hogar, sei davanti alla donna di casa. Avvolta nel suo scialle di lana, con un bimbo in braccio, si copre solitamente la bocca per parlare in spagnolo, perché le da pena, si vergogna, pensa di non essere all’altezza della lingua che non sente sua, una lingua che le è stata imposta secoli fa, attraverso sevizie e genocidi, ma che ora è la fonte di lavoro e guadagno. Brigida vive così. Praticamente tra la cucina e il lavatoio. Ha 37 anni ed è madre già da 21 anni di 7 bellissimi maschi e 3 femmine. È zoque, è di Ocotepec da molte generazioni e ha sempre vissuto nella sua casa. Con lei ha sempre convissuto sua madre che è diventata vedova prima del tempo e che ora l’aiuta in casa, spesso si reca con lei a fare legna (70 anni, ma ancora tante energie) o a lavorare nel campo. Brigida si è sposata molto giovane, a 15 anni, nella media del posto. Come la maggior parte delle donne zoque di questa età non conosceva suo marito prima del matrimonio, sono stati i genitori a decidere per lei con chi si dovesse sposare. Un giorno un signore è entrato in casa sua e ha chiesto ai genitori la sua mano e così si è organizzato il matrimonio e Brigida ha conosciuto il suo futuro compagno di vita. A 15 anni il suo obiettivo non era farsi una famiglia, ma studiare, imparare a insegnare per lavorare come maestra della scuola elementare. Non ha potuto. Non le è stato concesso neanche di finire le medie. Quando mi racconta dei suoi sogni si tocca i lunghi capelli neri corvini e scioglie la sua treccia, la innervosisce questo argomento; le ricorda momenti difficili, scontri in famiglia celati dalla parola assoluta del padre. Ora però che ha una sua famiglia e una sua casa, si è guadagnata più indipendenza e potere di scelta: presto riprenderà a studiare, vuole almeno finire la scuola dell’obbligo. Ci sediamo davanti alla cucina di legno dove sta preparando tortillas fatte a mano e atol di mais, mentre la nonna macina il caffé per regalarmelo. Le donne zoque amano chiaccherare tra loro davanti a un fuoco, raccontare di vecchie leggende o vecchi costumi ormai in disuso, parlare della propria gioventù, spesso criticare anche la troppa influenza della cultura occidentale, e soprattutto americana, nelle loro comunità. Si parla per ore e ore, in spagnolo con qualche parola zoque che cerchi di capire, ma che ti riesce quasi impossibile tradurre; Brigida mi racconta di come ha dovuto lasciare la secondogenita ai genitori del padre, perchè non poteva permettersi di crescerla. Ora la ragazza, che tra poco si sposa, considera i nonni come suoi genitori e pur abitando solo distante due strade torna a casa a visitare la sua famiglia due volte al mese. Dopo questa difficile, ma obbligata scelta, Brigida ha deciso che i suoi figli sarebbero cresciuti in casa sua, cercando di assicurare loro un’educazione scolastica, alimenti e un tetto dove dormire. Ha fatto molti sacrifici, ma è riuscita a mandare a scuola tutti i suoi figli e il più grande ora sta studiando all’università di Tuxtla Gutierrez per diventare maestro di scuola e nello stesso tempo insegna in una scuola elementare in una comunità del municipio di Ocotepec. È molto fiera dei suoi figli, vede probabilmente in loro ciò che avrebbe potuto essere lei. Almeno sta dando loro un’opportunità di scelta, cosa che non è stata data a lei in passato. Ora tocca a loro decidere se afferarla. La cucina si riempie sempre più di fumo, non ci sono prese d’aria, non ci sono cappe, solo gli spifferi tra le assi di legno delle pareti funzionano come vie d’uscita. I vestiti si impregnano dell’odore della legna bruciata, del mais cucinato, i miei occhi cominciano ad abituarsi all’oscurità della cucina e non mi sento diversa da loro. Alla fine sono una donna anch’io, con costumi e cultura differente ma con le stesse percezioni, gli stessi istinti materni, la stessa voglia di creare una famiglia. Tutte e tre sedute davanti al focolare, tutte e tre a raccontare le proprie esperienze, tre generazioni a confronto, usi e costumi così diversi, tradizioni così lontane. Non mancano i bambini che ci girano intorno, che vogliono giocare, che si buttano per terra, che vogliono mangiare, che vogliono succhiare il latte dal seno della mamma e le galline che cercano disperatamente un chicco di mais da mangiare, qualcuno che bussa alla porta, qualcun’altro che entra in casa e chiede in zoque qualche informazione o solo una tazza di caffé. Tutti i figli di Brigida studiano; i più grandi hanno avuto l’opportunità di studiare fuori Ocotepec, a San Cristobal De Las Casas, a Tuxtla Gutierrez o a Emiliano Zapata, mentre i più piccoli vanno a scuola nel municipio. Ernesto, il maggiore, mi racconta che sua mamma gli ha insegnato la matematica, pur non avendo terminato la scuola dell’obbligo. Ogni sera, quando lui aveva 7-8 anni, si sedeva accanto a suo figlio e gli spiegava come si facessero le operazioni, cosa fosse la geometria, l’algebra. Ernesto parla di sua madre come di una grande donna, molto intelligente e volenterosa, a volte severa, ma molto amorevole. Brigida è sicuramente una donna diversa dalle altre, nel carattere, nella determinazione, nell’educazione che sta dando ai suoi figli, ma rappresenta comunque tutte le donne zoque, madri di famiglia, spose di mariti troppo legati a una tradizione maschilista, donne che non hanno avuto molte opportunità di scelta, donne che non si vedono ma che esistono, che pregano, che sperano, che tentano di cambiare pur rimanendo legate indissolubilmente alla propria identità culturale indigena, donne diverse da noi donne occidentali, ma in fondo donne come tutte noi.