Dal sito Oranges and Olives, post del 17 maggio 2007 di Ned, da Ramallah, West Bank:
Premessa: quanto scritto di seguito non vuole in alcun modo liberare Israele dalle proprie responsabilità per lo stato di miseria in cui giace il popolo palestinese. Per anni, i movimenti palestinesi hanno difeso la continua militarizzazione della società palestinese, sostenendo che è una pre-condizione indispensabile per portare avanti la battaglia per la liberazione (della Palestina, ndr). Ci hanno venduto l’idea che questa liberazione potrà essere conseguita solo con la lotta armata. Poi ci hanno imposto un atteggiamento mentale che glorifica i leader di questa lotta armata. Non sapevamo ancora quanto il potere possa corrompere le persone. Ben più importante, non avevamo ancora compreso il significato del proverbio arabo che recita “l’arma nelle mani di un vigliacco ferisce”. Ora ci siamo svegliati per vedere cosa realmente significhi. Hanno raggiunto il potere con le loro armi, e vogliono assicurarsi che sia solo roba loro. Vogliono assicurarsi di non dover spartire con nessun altro questo simulacro di potere che hanno racimolato, e i risultati sono chiari: sono i morti sulle strade di Gaza. Questa volta, i proiettili israeliani e palestinesi si sono uniti per versare il nostro sangue. Ora che i proiettili dei movimenti per la resistenza hanno ucciso più palestinesi di quanti ne abbiano liberati, non sarebbe forse opportuno che ci fermassimo un attimo a riflettere se abbiamo veramente bisogno di questo tipo di “resistenza”? Sembra sensato abbandonare tutto ciò che procura più danni che benefici e, a conti fatti, i benefici procurati dai gruppi armati (posto che ve ne siano) sono di gran lunga inferiori ai danni che ci hanno procurato. Probabilmente è giunto il momento di riconoscere che fino ad ora siamo stati ingannati dai sostenitori della necessità della lotta armata. Capisco che la lotta armata è solo una delle componenti naturali della serie di strategie che un popolo oppresso escogita per combattere l’oppressione. In alcune situazioni diventa una necessità ed in altre oltrepassa il suo scopo. Nel nostro caso, siamo stati indotti a sopravvalutare questa particolare strategia, tralasciando tutte le altre possibili. Siamo giunti a scartare queste altre possibilità come se neppure esistessero. È giunto il momento di unire le nostre forze per porre un freno a questa ridicola situazione che abbiamo raggiunto. Dobbiamo essere chiari e chiedere che depongano le loro armi. Per 60 anni ci hanno trascinati dal male al peggio, è giunto il momento che ci alziamo in piedi contro la loro modalità di gestione del conflitto e che sosteniamo con forza un nuovo approccio, basato su di un’analisi razionale della situazione. I gruppi armati, è evidente, non sono in condizione di sconfiggere Israele. La propaganda che hanno provato a venderci alla vigilia del ritiro (di Israele, ndr) da Gaza non è appunto altro che propaganda. Israele si è ritirata solo perché era la soluzione più agevole, e vide nel ritiro una grande mossa pubblicitaria. Il trattato di Oslo non è stato una vittoria, se qualcuno lo ritiene ancora tale, e anche questo non è stato imposto ad Israele con la lotta armata, ma al contrario è stato imposto ai palestinesi, e volentieri firmato dai nostri incompetenti leader. L’unica soluzione alla crisi attuale deve essere una scelta radicale da parte dell’Autorità Palestinese che, mostrando volontà politica e coraggio, deve esigere la demilitarizzazione di tutti i gruppi non legati alla sicurezza. Un tale provvedimento dovrebbe prevedere un periodo di transizione, nel quale tutti siano inviatati a deporre volontariamente le armi, dopodiché il possesso illegale di armi dovrebbe essere punito secondo le leggi in vigore. Senza un provvedimento così deciso (e improbabile) è probabile che continueremo a sprofondare in questa trappola, fino a quando una vera guerra civile infurierà per le strade di Gaza. Probabilmente nell’arco di un anno sentiremo parlare di uno Stato Islamico di Gaza imposto da Hamas! Dobbiamo manifestare, non solo contro le lotte interne ma anche contro il possesso delle armi, se necessario anche contro quelli che pretendono di difenderci, perché i fatti mostrano che ci stanno ammazzando. Dobbiamo dirglielo chiaramente: deponete le vostre armi.

