domenica 9 dicembre 2007

Infanzia e religione agli antipodi

di Valeria Gentile

Steve McCurry e James Stanfield ci mostrano il lato innocente della religione, cioè gli oneri di cui i bambini si fanno inconsapevolmente carico in nome della fede della loro comunità. Il primo ci porta - con una fotografia straordinaria - in India, a Benares, una città dell'Uttar Pradesh. Questa città, che sorge sul Gange, è sacra ai fedeli all'Induismo, che vi si lavano, vi muoiono, vi lasciano le proprie ceneri. Eppure questi bambini hanno gli occhi di chi cerca di guadagnarsi da vivere: di chi sta vendendo. Già, vendono fiori e candele da far galleggiare ritualmente sull'acqua del fiume sacro, e la bellezza della loro posa riflette l'incoerenza e le contraddizioni di questo semi-continente che è l'India: uno dei luoghi più spirituali, sacri e religiosi al mondo, non può fare a meno di vendersi l'anima, persino dove questa è intenzionata all'eterza salvezza. Ecco che spetta ai bambini, quindi, svolgere questo compito così moralmente basso e, nello stesso tempo, così utile per chi, invece, vuole innalzarsi - illuminando il percorso rituale con le candele comprate a loro. Il secondo invece ci lascia una grandiosa fotografia scattata nella Giornata Nazionale di Muscat, una delle città più antiche del Medioriente e capitale dell'Oman. Anche qui, durante le celebrazioni del 18 Novembre, i bambini sono il fulcro della trasmissione della fede, in questo caso musulmana. Gli sguardi e le pose trasmettono una forte consapevolezza di solennità e allo stesso tempo: quello che può essere frainteso come un noioso onere affidato dagli adulti della comunità, rappresenta in realtà un motivo di orgoglio per questi bambini concentrati sul loro rito, scelti tra i migliori della loro età. L'Islam è la religione ufficiale dello Stato, e sebbene esistano minoranze indù e cristiane, il 75% della popolazione omaniana è l'unica a conservare la fede Ibadita, una variante dell'Islam che si contrappone al suo "razzismo": gli ibaditi ritengono che il comando della comunità spetti a chiunque si distingua per dignità religiosa, indipendentemente dalla sua parentela, dalla sua appartenenza etnica, dal colore della sua pelle.

mercoledì 28 novembre 2007

India, fotoreportage dal Govandi slums

© Mohamed Somji

Sto per partire per il Kashmir, Mumbai e Calcutta, con una ONG statunitense che visiterà i propri orfanatrofi e le proprie scuole. La cosa mi entusiasma, e spero di ricavarne delle belle immagini per il blog.
Mi hanno già avvisato che l'accesso a Internet, in molte zone, è alquanto difficile ed è quindi probabile che mi connetterò solo sporadicamente.
I am traveling to Kashmir, Mumbai and Calcutta to accompany a US based NGO who are visiting their orphanages and schools. I'm really looking forward to it and hope to feature many images on the blog from the trip.
I've been told Internet access in some of these areas is few and far between so will probably be posting very infrequently.
Non è facile restare indifferenti a ciò che si vede camminando per i vicoli di Govandi, quartiere povero di Mumbai. E' tutto di fronte ai tuoi occhi: sporcizia, cani con la rabbia (probabilmente), mucche, resti umani, immondizia, bambini e adulti che defecano lungo la strada. Ci sono pochi, veramente pochi bagni pubblici, e questi non sono neppure tenuti decentemente; così la periferia, ma in realtà tutto il quartiere è un'immensa toilet. Non ci sono strutture sanitarie, così potete immaginare le condizioni del posto. A volte penso che Mumbai sia un miracolo - per una città così massicciamente esposta a catastrofi naturali o generate dall'uomo, ... beh, è un miracolo che la città funzioni e si regga in piedi.
Ecco alcuni fatti su cui riflettere: Più della metà della popolazione di Mumbai vive in baracche, poco meno di 7 milioni di persone; il 28% di chi vive in queste baracche defeca all'aperto. In una baraccopoli, la grandezza media di una casa è di 4,5 piedi quadrati, e la metà degli abitanti vive in meno di 100 piedi quadrati. Vale a dire in meno spazio di un bagno di una casa occidentale.

E poi vedi la gioia e la speranza negli occhi di questo bimbo, che si stava godendo una doccia improvvisata; ha notato che lo stavo fotografando ed era orgoglioso di essere al centro della mia attenzione, ed è scappato sorridendo...
It's not easy to feign indifference when walking through the Govandi slums in Mumbai. You see it all: dirty, probably rabid dogs, cows, human remains, trash, kids and adults defecating right outside. There are very, very few community bathrooms that are not maintained well so the periphery and even the inside of the slums doubles as a big toilet. There are no sanitation facilities so you can imagine the state of the place. Sometimes I think that Mumbai is a miracle - for a city that is so nakedly exposed to mass disasters: both man-made and natural, that it is a miracle for this city to function and sustain itself.

Here are some facts that will give you something to think about: - More than half (55%) of Mumbai's population lives in slums - just under 7 million - 28% of slum dwellers defecate in the open - The average household size in a slum is 4.5 and half of all households live in an area comprising under 100 square feet. That's probably less than the size of an average bathroom in the West.

And then you see glimpses of joy and hope like this little boy who was so happy and overjoyed to be taking a shower and once he noticed I was photographing, he loved the attention and kept smiling away...
Ho scattato questa foto sempre nella stesso quartiere, Govandi, ad un ragazzo interrogato a scuola. Dà coraggio vedere che, anche in queste situazioni disperate, l'istruzione sia considerata molto seriamente, nonostante ci siano molti altri bambini che non hanno la possibilità di studiare.
Questa scuola è stata aperta con l'aiuto di associazioni di carità e di ONG, una delle quali è la Comfort Aid International che affianco in questo viaggio. E' un organizzazione che si occupa principalmente di orfanatrofi e scuole e, sebbene sia un'associazione religiosa, impartiscono un'istruzione "laica", da loro considerata come la strada principale per uscire dalla povertà.
Il tasso di alfabetizzazione in India oggi è del 61% circa, un bel passo avanti rispetto al 15% all'epoca dell'indipendenza; un'altra devastante eredità del colonialismo britannico in India.
A boy responds to a question from his teacher in a school in the same slum from the last post, Govandi. I was very encouraged to see that amongst the desperate situation that they take education seriously although there are a lot more kids with no access to schooling.
This school is funded with the help of charitable organisations and NGOs, one of which is Comfort Aid International that I am accompanying during this trip. Their main area of focus is schools and orphanages and although it is a faith based organisation, the emphasis is always on secular education as this is their most practical route out of poverty.
The literacy rate in India today is around 61% which is a vast improvement of around 15% at the time of independence; another devastating legacy of the British Raj in India.
Questa è una delle case di Govandi, una baraccopoli di Mumbai che si contende con Dharavi, un'altra baraccopoli, il titolo di più grande baraccopoli dell'Asia (e probabilmente del mondo). Non ho mai, mai visto tanta povertà e squallore come in questa baraccopoli, e l'unica cosa che mi ha dato un po' di consolazione è stato questo bambino innocente che trasmetteva una gioia spensierata a un'ingenua ambiguità sulla sua condizione. Ovviamente, non conoscono realtà diverse (e migliori) e sono contenti di sguazzare nelle pozzanghere sporche e di correre in giro nudi e scalzi.

Questo bambino si chiama Mohamed Ali e vive in quella stanza con i suoi cinque fratelli ed i genitori. Producono le ghirlande che si vedono nella foto. Vi lavora tutta la famiglia, ed in un giorno guadagnano 60 rupie. Vale a dire, un dollaro e venticinque centesimi, che deve bastare per sfamare tutti. Comunque, il bimbo ha continuato a sorriderci, inconsapevole delle difficoltà che dovrà affrontare in un futuro non troppo lontano. Spero che continui a sorridere.

L'ONG che sto accompagnando in questo viaggio ha contribuito a migliorare la situazione delle abitazioni, e inoltre provvede all'istruzione di pochi bambini fortunati.
This is a house in Govandi - a slum area in Mumbai that is competing with Dharavi, another slum area for the title of the largest slum in Asia (and probably the world). I have never, ever seen poverty and squalor as I did in these slums and the only redeeming thing was the innocent children who exuded carefree happiness and a naive ambiguity about the state of affiars that they seem to be in. The obviously know no better and they are happy playing in the dirt pools and running around barefeet and naked.

This boy's name is Mohamed Ali and he lives in that room with is five siblings and parents. The garlands on the top right of the picture is what they produce. The whole family chips in and after a full day of work, they make 60 rupees for them. That's a dollar and twenty five cents and that is supposed to feed the whole family. However, the little boy just kept smiling at us unawares of the struggles he will have to undertake in the not so distant future. I hope he keeps smiling..

The NGO that I am acompanying has contributed towards better housing which you can see in the picture within the slums and also provide for schooling for a lucky few.

venerdì 23 novembre 2007

Verso una vita senza più ostacoli

Di Silvia Redigolo, Responsabile gestione donatori
Per gentile concessione della Fondazione Pangea.
Viaggio tra gli slum di Calcutta dove opera il progetto di Fondazione Pangea Onlus

La riconosco dallo sguardo determinato e dal passo deciso, malgrado la protesi alla gamba destra. La donna minuta che mi sorride, mentre mi viene incontro, è Kuhu Das, la direttrice dell’Associazione per le Donne Disabili (AWWD), l’associazione locale indiana con sede a Calcutta che Fondazione Pangea Onlus sostiene dal gennaio di quest’anno.
È la metà di agosto, e io, abituata alla parte istituzionale di Pangea tra le scartoffie della sede di Milano, trovandomi in India per trascorrere le mie vacanze estive, non voglio perdere l’occasione di visitare il progetto Donne Disabili. Kuhu mi accoglie con un abbraccio affettuoso che mi fa sentire subito la benvenuta, mi mostra la sede dell’Associazione che si trova vicino allo slum di Rajabar e mi spiega che ha dovuto fare diversi lavori per abbattere tutte le barriere architettoniche, in modo da renderlo accessibile alle persone disabili. Mi presenta orgogliosa lo staff composto da otto donne e mi racconta le difficoltà che ha incontrato per selezionarlo, in quanto non è stato facile trovare figure che conciliassero la competenza professionale con la capacità di relazionarsi con donne e bambine disabili.
Mi offrono una tazza di tè e mi raccontano il loro lavoro: hanno appena ultimato l’analisi del territorio di tre slum a nord di Calcutta e hanno incontrato le comunità locali per presentare le loro attività e per iniziare un lavoro di sensibilizzazione sulla problematica della disabilità. Al termine degli incontri hanno invitato i partecipanti a mettersi in contatto con loro nel caso in cui avessero una parente disabile. Il loro lavoro è solo all’inizio, ma sono molto contente di come le comunità locali hanno reagito dimostrandosi disponibili a essere coinvolte per individuare e rintracciare donne e ragazze disabili che vivono nei loro slum. Grazie alle varie segnalazioni sono già state individuate 157 donne e ragazze disabili, di cui 94 presentano disabilità fisiche, e per alcune di loro è già stato avviato il lavoro di supporto e riabilitazione.
"Essere una donna diversamente abile in India non è facile" mi spiegano "la comunità e la famiglia considerano una donna disabile inutile e poco adatta al ruolo di moglie e madre. La mancanza d’istruzione, d’opportunità di lavoro, l’impossibilità di accedere a servizi riabilitativi e ai servizi sociali le esclude dalla società, emarginandole. Le bambine disabili vengono solitamente uccise o lasciate morire. Se sopravvivono, sono discriminate all’interno della società. Le donne disabili sono, inoltre, più facilmente vittime di abusi e violenze. Per questo il progetto, oltre ad accompagnare le donne diversamente abili in un percorso di presa di coscienza dei propri diritti e consolidamento della loro autostima, mira a favorire un cambiamento di mentalità e comportamento nelle famiglie e nelle comunità d’appartenenza".
Le osservo mentre, entusiaste, mi raccontano delle beneficiarie del progetto, dalle loro parole traspare che credono fermamente nelle loro immense potenzialità e hanno fiducia nella loro determinazione e nel loro talento. Vogliono farmi conoscere alcune beneficiarie del progetto: sono impazienti di dimostrarmi che Pangea non ha sbagliato a investire su di loro.
Mi accompagnano a conoscere Sancha, una ragazza di ventidue anni disabile a causa di una poliomielite che l’ha menomata alle gambe. Mentre camminiamo verso la sua casa, salendo e scendendo gradini, percorrendo stradine dissestate, penso a come una persona con un handicap fisico sia imprigionata nella sua casa e a come, in simili condizioni, possa essere facile rassegnarsi alla propria condizione di disabile. Quando raggiungiamo la casa di Sancha, la troviamo seduta per terra, rannicchiata in un angolo. Mi colpisce il modo con cui Kuhu entra subito in contatto con lei: le siede accanto, le mostra la sua protesi, le spiega le difficoltà che ha incontrato e incontra lei stessa in quanto donna disabile, cerca di trasmetterle la sua grinta che poi è la grinta che contraddistingue tutte le Donne disabili che non si arrendono di fronte alla propria disabilità.
Sancha è emozionata perché tra pochi giorni incomincerà un corso di taglio e cucito, infatti, grazie a Pangea un’insegnante si recherà a casa sua e l’aiuterà a realizzare il suo sogno: diventare una sarta ed essere così indipendente economicamente. Inoltre, per Sancha sono già state ordinate delle protesi che le permetteranno di essere più autonoma negli spostamenti.
Mi presentano anche la piccola Smita, ha quattro anni, occhi vispi e tanta voglia di correre e giocare. Il suo non è un problema motorio, la piccola è sorda. Grazie al sostegno di Pangea sta imparando la lettura labiale. Ha iniziato a lavorare con un’educatrice da poche settimane ma già si vedono i primi risultati: Kuhu le parla e lei riesce a rispondere. È indescrivibile la gioia che traspare dagli occhi di questa bambina, la gioia di chi finalmente riesce a comunicare con i propri genitori e i propri amici e non è più chiusa in un mondo ovattato.
Incontro anche Shormila Das, una ragazza di 14 anni, con una malformazione ad entrambi i piedi. A causa di difficoltà economiche ha dovuto abbandonare gli studi, ma ora grazie a Awwd e a Pangea riprenderà a studiare e potrà realizzare il suo sogno: andare all’università. Sancha, Smita, Shormila tre giovani donne che hanno in comune la volontà di non lasciarsi sottomettere dalla propria disabilità, la forza e la capacità di credere in se stesse e di sognare. Hanno grinta e attendono solo un’opportunità per poter riscattare la propria vita. Ed è nostro dovere concedergliela.

martedì 20 novembre 2007

I primi germogli di una nuova speranza per le donne di Koppal

Di Claudia Signoretti, Assistente Progetti.
Per gentile concessione della Fondazione Pangea.

Sempre più evidente l’impatto positivo del progetto “Nel mio intimo c’è la Vita!”

Fotografia per gentile concessione Fondazione PAngea OnlusNel semiarido distretto di Koppal (Karnataka), Pangea e Sampark, con il sostegno di Chilly, continuano le attività volte al riscatto sociale ed economico delle donne di casta bassa o fuoricasta e alla loro informazione e formazione igienico-sanitaria, ponendo particolare attenzione alla prevenzione e alla cura delle malattie più comuni, alla salute riproduttiva e ai problemi legati alla mancanza d’igiene. Parallelamente è impegnata a garantire ai figli e alle figlie un percorso educativo e formativo dal quale sarebbero altrimenti esclusi a causa dell’estrema povertà.
La prima fase è stata caratterizzata dalla creazione di un sistema partecipativo finalizzato a garantire il pieno coinvolgimento delle donne in ogni fase del progetto, rendendole così reali protagoniste del programma.

Sotto l’impulso di Sampark, le donne si sono organizzate in gruppi di risparmio sulla base dell’appartenenza di casta e dei villaggi di provenienza. Ciascun gruppo ha eletto le proprie rappresentanti, selezionate in base alle qualità di leadership e capacità di mediazione. Le leader dei vari gruppi si sono riunite in federazioni, cluster, per aiutare, controllare e guidare ciascun gruppo di risparmio nello svolgimento delle attività previste dal progetto. Negli scorsi mesi sono stati creati dei comitati incaricati di gestire e monitorare le attività dei gruppi di risparmio e dei cluster nei diversi villaggi.
I membri di tali comitati hanno seguito corsi di formazione per migliorare la loro preparazione negli specifici settori di competenza: educazione, sanità, microcredito, promozione dell’imprenditoria e gestione dei cluster. Lo scopo di questo lavoro è quello di rendere i cluster in grado di gestire in completa autonomia le attività e gli strumenti messi a disposizione dal progetto anche quando questo sarà terminato.

Contemporaneamente al lavoro di creazione e orientamento di cluster e comitati, sono proseguiti i corsi di formazione igienico-sanitaria, avviati dallo staff di Sampark nel marzo del 2007 e rivolti alle donne di tutti i gruppi di risparmio. Attraverso l’ausilio di disegni e l’attiva partecipazione delle studentesse, sono state affrontate le principali problematiche e le patologie legate alle insalubri condizioni igieniche in cui vivono le donne nei villaggi: nutrizione, problemi ginecologici più comuni, salute riproduttiva, igiene personale, cura dell’ambiente, alimentazione e precauzioni da adottare durante il periodo della maternità, vaccinazioni per i bambini ecc.
Particolare attenzione è stata posta sull’alimentazione e sulle misure precauzionali da adottare durante il periodo di gravidanza, dal momento che la situazione in merito alla salute materno-infantile è davvero allarmante, a Koppal come nel resto dell’India. Recenti studi dell’UNICEF rilevano infatti che il tasso di mortalità neonatale è altissimo durante le prime settimane di vita per cause legate alla gravidanza, al parto e alle infezioni e che un quinto delle donne che ogni anno muoiono di parto nel mondo sono indiane. All’origine del problema vi è l’impossibilità di accedere a interventi preventivi e curativi ma, ancor prima, la mancanza di consapevolezza e informazione sui rischi legati alla malnutrizione e ad una vita insalubre.

A riprova di tutto ciò vi è il grande interesse con cui le partecipanti hanno seguito i corsi promossi da Sampark, come testimoniano alcune donne: “Nessuno ci aveva mai spiegato queste cose prima d’ora, per noi è stata una grande opportunità per apprendere nozioni e strumenti utili a garantire il nostro benessere e la salute dei nostri figli. Noi donne non possiamo permetterci nemmeno il sapone. È un privilegio riservato agli uomini perché è troppo costoso”.

A giugno sono iniziati sia i programmi di promozione dell’imprenditoria femminile, sia le attività di sensibilizzazione per le donne e per la comunità. Nell’ambito dell’imprenditoria Sampark ha organizzato un modulo di formazione di base sulle nozioni fondamentali d’impresa, con l’obiettivo di spiegare alle donne come intraprendere un’attività imprenditoriale ed incentivarle ad avviarne una. Al tempo stesso lo staff di Sampark ha condotto un’indagine sulle offerte formative proposte dagli istituti professionali presenti in Koppal, insieme a un’analisi del potenziale mercato locale, allo scopo di indirizzare le donne verso i settori più redditizi. Il programma di informazione è iniziato con una campagna di sensibilizzazione attraverso il teatro di strada. Con la collaborazione di un gruppo di 10 teatranti è stato realizzato uno spettacolo ricco di dialoghi, canzoni e danze popolari.
Lo spettacolo, che nelle piazze dei villaggi ha visto l’affluenza di centinaia di persone (bambini, donne, uomini di ogni età), ha affrontato varie problematiche tra cui l’importanza dell’istruzione, il lavoro minorile, i matrimoni precoci, l’igiene, la prevenzione e la cura delle malattie, le superstizioni locali, il problema dell’alcolismo, rivelandosi un ottimo strumento di sensibilizzazione in grado di coinvolgere un pubblico quanto mai eterogeneo. Esclusivamente per le donne dei gruppi di risparmio si sono svolti, inoltre, specifici incontri d’informazione finalizzati a far conoscere i principali diritti legali previsti dalle leggi inerenti i matrimoni precoci, il divorzio, la pratica della dote e la violenza domestica.

A giugno è iniziato il nuovo anno scolastico e, grazie al supporto di Pangea, ben 565 bambini tra i più indigenti, selezionati dai comitati e dai cluster, hanno ricevuto il kit con il materiale per la scuola, comprendente uniforme, cartella, libri, quaderni e penne. Il comitato per l’educazione seguirà il percorso formativo di questi bambini, monitorando la qualità dell’insegnamento e la loro condotta scolastica. Infine, per far fronte al problema degli abbandoni scolastici, Sampark ha organizzato in diversi villaggi delle giornate dedicate a varie attività ricreative che hanno coinvolto gli alunni, i genitori, gli insegnanti e i membri della comunità. I bambini, fieri di mostrare i propri talenti, si sono cimentati nel canto, nella danza, nella recitazione, nella scrittura, in uno splendido clima di entusiasmo e creatività.

giovedì 19 luglio 2007

India: Il dopo-tsunami e la voglia di riscattarsi

Per gentile concessione della Fondazione Pangea.

INDIA, IL DOPO-TSUNAMI E LA VOGLIA DI RISCATTARSI Dalla tragedia un nuovo ruolo per le donne del Tamil Nadu Di Sabina Ruffo, in Tamil Nadu con AUSER Nazionale.
India: Il dopo-tsunami e la voglia di riscattarsi. Per gentile concessione della Fondazione Pangea onlusTamil Nadu, sud est dell’India. La regione che nel subcontinente indiano ha subito maggiormente la tragedia dello tsunami. A due anni di distanza, la distruzione, che l’onda violenta ha seminato lungo le coste colpendo villaggi di pescatori e di agricoltori, è ancora evidente. Le macerie sono lì, dove il mare le ha lasciate e la miseria è tanta, ovunque. L’intervento delle ONG locali, supportate da quelle straniere, è stato massiccio: progetti di nuove case, nuove scuole, corsi di recupero scolastico dei minori, scuole professionali, corsi di autoaiuto. I primi risultati di tanto impegno sono già visibili. La strategia vincente è stata quella di organizzare le attività per gruppi di genere: i ragazzi, i bambini, i pescatori, ma soprattutto le donne. E, in particolare, di coinvolgere come operatori molte giovani donne locali, diventate, dopo la tragedia, punto di riferimento per intere comunità. Nei loro occhi la soddifazione per aver reagito e per aver aiutato altri a farlo. Vasanthi era una sarta. Lavorava a casa e conduceva una vita normale, dedicandosi a sé e alla propria famiglia. “Lo tsunami ha cambiato la mia vita – racconta commossa, ma fiera – permettendomi di essere utile agli altri e di contribuire a migliorare la loro esistenza. Mi sono resa disponibile da subito a dare una mano, e mai avrei pensato che proprio il mio lavoro sarebbe stata la ricchezza che potevo dividere con gli altri. Sono diventata insegnante di sartoria.”. Con orgoglio e tanta pazienza insegna ogni giorno il proprio mestiere ad altre donne, in un piccolo edificio dal tetto di paglia, con quattro macchine da cucire, utilizzate al mattino per insegnare e nel pomeriggio a disposizione delle alunne, che già iniziano con qualche piccolo e semplice lavoro a rendersi indipendenti. Sì, perché è proprio questa la grande conquista di Vasanthi e delle sue allieve. Permettere a molte donne di avere un lavoro, di guadagnare dei soldi, di poter comprare cibo e medicinali, di poter acquistare libri e divise per la scuola. Di investire su se stesse per riscattarsi da una società maschilista, che vuole la donna a casa a cucinare e a cresce i bambini, senza la possibilità di esprimere opinioni politiche, né di intervenire nelle decisioni della comunità. Ma non più dopo il dicembre 2006. Da allora moltissimo è cambiato per le popolazioni femminili. Oggi con l’aiuto degli operatori, si sono organizzate in gruppi, diventati gli interlocutori ufficiali nei rapporti con la comunità e con le istituzioni. Gestiscono un risparmio comune, depositato in banca. Fanno delle piccole scelte imprenditoriali: un negozio mobile, un telefono pubblico. Si confrontano e parlano. Hanno tanta voglia di parlare e di raccontare. Di raccontare quanto la loro vita sia cambiata. Nithya fa l’animatrice in un villaggio a circa 15 chilometri da casa sua. Ed è stata costretta a trasferirsi, perché non è agevole percorrere tutti i giorni in bicicletta il tragitto, specialmente la sera, racconta, quando fa buio e non c’è illuminazione. Così di fatto ha cambiato comunità. E ne è diventata il riferimento. “Ho organizzato - racconta - il comitato che gestisce il villaggio e tiene i rapporti con le associazioni e le istituzioni, spiegando i compiti e le finalità. Abbiamo nominato i responsabili. Purtroppo le persone in grado di leggere e scrivere non sono molte e mi sono trovata a insegnare anche l’indispensabile. A cominciare dalla firma che dovevano apporre ai moduli per le domande di sussidio al governo. Ora si rivolgono a me per tutto. In particolare il gruppo delle donne, che vuole affrontare non solo temi riguardanti le possibili attività di micro-imprenditorialità o il risparmio collettivo, ma anche dei problemi concreti di tutti i giorni, quali la violenza in famiglia, l’alcoolismo e il gioco d’azzardo, assai diffusi tra la popolazione maschile”. “Prima – continua Shoba un’operatrice di ventidue anni – non si vedevano donne ferme a parlare tra loro. Era un evento straordinairo, che destava molta preoccupazione tra gli uomini e veniva in ogni modo osteggiato. Ora il gruppo delle donne è parte integrante della comunità, interviene nelle decisioni da prendere esprimendo un proprio parere. Le stesse componenti ci raccontano che da quando si riuniscono e gesticono insieme le loro piccole attività – la vendita del pesce, la produzione dell’olio di cocco – sono più organizzate anche nella propria vita domestica e riescono a gestire meglio il denaro, riuscendo spesso a risparmiarne una parte.” “Essere una donna – conclude Shoba – ha reso più semplice il mio lavoro di operatrice. Mi ha permesso di entrare nelle case senza sospetti, di parlare con le donne e di convincerle a lasciarsi coinvolgere. Tutte noi sappiamo che una donna più forte e serena rende la sua famiglia più stabile e unita, e ne stiamo vedendo i frutti: sono sempre più i bambini, e le bambine, che recuperano gli anni scolastici perduti, e le comunità sono ora più diponibili a recepire nuovi stimoli per continuare a crescere”. Le guardi con occhio diverso, ora, queste piccole donne tenaci. Hanno dimostrato a sé e agli altri che una tragedia può essere l’occasione per una vita migliore. Ancora una volta puntare su “donne che aiutano le donne ad aiutarsi”, si è dimostrata una strategia vincente. Molto sta cambiando, oggi, nel Tamil Nadu…. da quando tante donne nei loro sarii colorati hanno varcato centinaia di porte!

martedì 5 giugno 2007

Altri occhi: Mezzanotte e cinque a Bhopal

Dal blog "Altri occhi, i grandi reportage della storia", di Kindlerya.
Chi conosce la tragedia di Bhopal ne resta toccato per sempre. Il colpo che la globalizzazione ha inferto a questa città nel cuore dell'India non ha eguali nella storia dell'uomo. Si tratta del più grave disastro chimico-industriale mai avvenuto, che ha ucciso in pochi istanti decine di migliaia di persone, in un'orribile agonia, e le cui conseguenze ne continuano ad uccidere ancora oggi, a migliaia, di generazione in generazione, in una spirale di morte e dolore senza fine. Uomini, donne e bambini continuano a vivere nella cronicità di malattie mai viste prima, dai sintomi strazianti. Nonostante questo sia un blog che si propone di passare in rassegna pezzi di storie viste da altri occhi, di presentare luoghi e popoli da una nuova prospettiva, che arricchisce e libera, questa volta si tratta di dovere. Soprattutto perchè, dopo ventitrè anni, questa storia è ancora troppo sconosciuta. Dominique Lapierre, grande scrittore francese che ha una forte passione per l'India, si è documentato per anni insieme a Javier Moro sulla notte del 2 dicembre 1984 e tutto ciò che c'è dietro, e continua a lottare perchè il mondo apra gli occhi. I loro anni di ricerca e di studio hanno dato origine al libro Mezzanotte e cinque a Bhopal, dedicato "Agli eroi dell'Orya Basti, di Chola e di Jai Prakash Nagar". In questo libro i due scrittori raccontano, dentro una Storia fatta di date precise, nomi e scelte importanti, le piccole storie di amore, coraggio, eroismo e pietà umana. Un libro che aiuta a capire i meccanismi che muovono le grandi aziende, ma che soprattutto imprime le immagini reali di piccole storie umane che, nonostante spesso ce ne scordiamo, fanno la Storia.
[...] Sono le undici di sera. La piazza delle Spezie è tutta un brusio di ammiratori impazienti di ascoltare i loro poeti favoriti. All'altro capo della città, i saloni e i prati dell'Arera Club pullulano di invitati, e così pure le tende sontuosamente decorate in cui si svolgono i matrimoni dei quartieri ricchi di New Bhopal e delle Shamla Hills. Sulla Spianata Nera, ghirlande di lampadine illuminano le nozze di Dilip e Padmini. Tutta Bhopal si abbandona al giubilo di quella notte benedetta dagli astri. I festeggiamenti più grandiosi si svolgono nel quartiere della Railway Colony solcata dai fuochi d'artificio. I mille invitati al matrimonio di Rinou Diwedi, la figlia minore dell'ispettore capo delle ferrovie di Bhopal, con il figlio di un mercante di Vidisha, assistono incantati alla rituale processione del Barat. In groppa a una giumenta bianca adorna di una gualdrappa di velluto ricamato d'oro, il turbante punteggiato di lustrini, il giovane Rajiv caracolla verso la fidanzata che lo attende sotto la più bella shamiana del noleggiatore Parvez. Prima che il giovane montasse sulla cavalcatura, il padre gli ha apposto sulla fronte il punto rosso e il punto nero che terranno per sempre lontano il malocchio e gli garantiranno un felice avvenire. Rajiv ha poi ricevuto una noce di cocco a strisce rosse, pegno tradizionale di buon augurio. La giumenta bianca è preceduta da una donna che avanza a piccoli passi: la madre. Indossa il doppio sari di seta e oro delle grandi occasioni. Con fervore getta per terra manciate di sale per allontanare dal cammino del figlio tutte le insidie della vita. [...]
Sono video dalle immagini abbastanza forti, soprattutto il secondo, chi non se la sente eviti di guardarli. Links utili e approfondimenti: Wikipedia, il disastro di Bhopal Bhopal Information Centre (il sito web dedicato a Bhopal dall'azienda incriminata, la Union Carbide) Greenpeace per Bhopal International campaign for justice in Bhopal India Resource Centre Petizione

martedì 1 maggio 2007

La lotta non violenta di Sharmila per i diritti e la giustizia nell’India del Nordest

Per gentile concessione della Fondazione Pangea. QUANTO DEVE ANCORA DIGIUNARE PER ESSERE LIBERA? La lotta non violenta di Sharmila per i diritti e la giustizia nell’India del Nordest di Harsh Dobhal, HRLN – Human Right Law Network

Manifestazione a supporto di Irom Sharmila Chanu, la poetessa, pittrice e attivista gandhiana di Manipur, in sciopero della fame dal 4 novembre 2000 (viene alimentata a forza attraverso un sondino inserito nel naso)4 novembre 2006. Nuovo reparto privato dell’All India Institute of Medical Science (AIIMS) a New Delhi. Entrando nell’edificio, si viene bloccati da una dozzina di poliziotti e agenti dell’intelligence. Dopo aver dovuto chiedere il permesso a un ispettore riluttante, cinque poliziotti armati che stazionano fuori dalla porta della stanza n. 57, con aria sospettosa proseguono l’interrogatorio ponendo altre domande. All’interno, una fragile donna sta distesa supina nel letto, in una posizione piuttosto strana. Sta facendo halasan, una posizione di yoga. Il suo corpo è avvolto in una coperta blu. Pelle chiara, sguardo acuto, capelli spettinati e un cerotto bianco attorno al naso. I “Diari della motocicletta” di Che Guevara sono accanto alla sua testa: ha appena terminato di leggere il famoso libro sui viaggi giovanili del leggendario rivoluzionario. «È un ottimo esercizio per le reni e per curare il diabete. Lo eseguo ogni giorno per qualche ora». Parla e continua il suo yoga. «Può parlare, non importa se sto facendo yoga». È una lettrice accanita, legge senza sosta fiabe popolari giapponesi, libri di Nelson Mandela, Che Guevara, Gandhi. Gli amici la vanno a trovare portandole regali, diari, agende e lei aspetta con ansia il momento di passarli ad altri amici visitatori, essendo la sua vita così essenziale, stoica e semplice. Le è piaciuto leggere la biografia di Nelson Mandela che ora ha inviato alla biblioteca centrale di Manipur, insieme con altri libri che le è capitato di ricevere. Irom Sharmila Chanu, 34 anni, poetessa, pittrice e attivista gandhiana di Manipur, sta facendo lo sciopero della fame dal 4 novembre 2000. È alimentata a forza attraverso un sondino inserito nel naso. La sua richiesta è categorica: il ritiro dell’Armed Forces Special Powers Act, 1958 (AFSPA), il decreto che conferisce un potere draconiano alle forze di sicurezza che lo hanno applicato nel Nordest del Paese in maniera ripetuta e brutale negli ultimi anni. Al sesto anno della sua lotta non violenta (Satyagraha), Sharmila è diventata il simbolo del movimento che si batte contro le ingiustizie commesse in nome dell’AFSPA e a sostegno della giustizia, dei diritti umani e della pace a Manipur e nel Nordest. Un’icona leggendaria nella politica di Manipur. Il suo digiuno è forse la più lunga protesta politica di questo tipo nella storia e in tutto il mondo. Irom Nanda e Irom Sakhi Devi, del villaggio di Kongpal Kongkham, alla periferia di Imphal, non avevano idea di quello che sarebbe stato il destino della loro figlia, la minore di nove fratelli (5 maschi e 4 femmine) e la più coccolata, quando è nata il 14 marzo 1972. «Sono la figlia minore di una madre analfabeta, compassionevole e forte. Eravamo 9 figli. Mio fratello maggiore è morto per una malattia. Io non sono importante in questo mondo, sono come un verme che può essere schiacciato. Sono stata bocciata all’esame per la XII classe. Non mi piace parlare troppo, ma è inevitabile quando qualcuno viene a farmi un’intervista», ha confidato a un amico che è andato a trovarla all’ospedale. Sharmila non è mai andata all’università. Il primo giorno in ospedale, dopo aver riacquisito un po’ di forze, Sharmila si è rifiutata di farsi lavare gli indumenti. «Questo lavoro spetta a me. Devo tenere i miei muscoli in movimento. A Manipur lavo ogni giorno il pavimento della mia cella». Praticamente, è rimasta in detenzione tutti questi anni. Quando aveva 15 giorni di vita, Sharmila è stata nutrita con del riso bollito poiché la madre non poteva allattarla al seno. Pochi giorni dopo, suo fratello Singhajit l’ha portata da alcune balie del vicinato che avevano appena partorito. « È stata allattata da diverse madri di Manipur. A ogni donna che veniva nel nostro negozio con il suo bambino, chiedevamo di allattare Sharmila», racconta. «Forse è per questo che è cresciuta con una coscienza sociale e un senso di impegno politico». Quando i dottori dell’AIIMS hanno insistito che dovesse essere dimessa dall’ospedale e la polizia ha complicato la situazione dicendo che non le sarebbe stato permesso di uscire, Sharmila ha capito che quelle non erano altro che tattiche per porle pressione. Angosciata che i dottori le chiedessero di pagare il conto dell’ospedale, ha detto a un amica «Che cosa vogliono da me? Non possiedo nulla, solo i miei organi». Come previsto, i difficili anni di digiuno ininterrotto hanno compromesso la sua salute. L’astinenza sta avendo ora un impatto diretto sulle normali funzioni del suo organismo e le sue ossa sono diventate fragili. I dottori dell’AIIMS non hanno rilasciato alcun bollettino medico sulla sua salute. «Devo mantenermi sana. L’alimentazione forzata è assolutamente innaturale». Cammina per circa 2 ore, se ha il permesso, lungo il corridoio dell’ospedale, con almeno una guardia a ogni lato. «Devo essere forte. Ho una lotta da portare avanti». Oltre a imparare stenografia, Sharmila ha anche completato un corso di yoga e uno di naturopatia. Quando ha iniziato a digiunare, il 4 novembre 2000, la maggior parte delle persone non aveva il benché minimo sospetto della sua risolutezza. Alcuni hanno fatto spallucce, altri non l’hanno presa seriamente, altri ancora l’hanno messa in ridicolo. Ma per Sharmila la vita aveva preso una direzione diversa, un lungo e difficile viaggio con una precisa destinazione, una svolta radicale senza possibilità di ritorno. La decisione di continuare il lungo digiuno non è stata a lungo premeditata. Infatti, Sharmila aveva aderito al movimento anti-AFSPA solo due settimane prima di iniziare il digiuno. Un Comitato d’Inchiesta del Popolo Indiano, composto da tre membri e capeggiato dal giudice H. Suresh, aveva visitato Manipur la seconda settimana di ottobre del 2000. Il Comitato è andato in diverse aree di Manipur e ha incontrato un certo numero di vittime, i loro parenti e amici, per ascoltare le loro storie di sopruso: casi di stupro, violenza, omicidio e sparizione. Ha tenuto seminari e lunghe discussioni con avvocati dei diritti umani, giornalisti, accademici e altre persone. Sharmila vi ha partecipato come volontaria, era il suo primo impegno politico, la sua iniziazione. Durante le indagini del Comitato, fu particolarmente turbata dalla testimonianza di una giovane donna che era stata stuprata dalle forze di sicurezza nel villaggio di Lamden. Quando l’IPIC ha completato le indagini, la terza settimana di ottobre, qualcosa era già scattato nell’animo di Sharmila. Nei primi giorni ha incontrato parecchi attivisti dei diritti umani, avvocati e giornalisti per saperne di più sulle leggi repressive, sulle atrocità compiute dall’esercito e sull’AFSPA in particolare. Il 2 novembre 2000 le forze di sicurezza hanno sparato e ucciso 10 persone innocenti alla fermata dell’autobus a Malom, circa 15 km da Imphal. Era un giovedì, il giorno in cui Sharmila osservava il digiuno settimanale fin da bambina. «Il digiuno è iniziato quel giorno, anche se lo ha dichiarato il 4 novembre», informa il fratello Singhajit. Sebbene per la gente di Manipur il massacro di Malom non rappresentasse una novità, avendo assistito ad altri omicidi a sangue freddo ogni volta che le forze di sicurezza combattevano ferocemente contro normali cittadini, Sharmila non poté sopportare la vista del sangue riversato sulla strada. Quell’evento ha cambiato la sua vita. Aveva già preso la sua decisione. È andata dalla madre la sera del 4 novembre e ha chiesto la sua benedizione «per fare qualcosa di migliore per la gente». È stata l’ultima volta che madre e figlia si sono viste. «Mia madre sa tutto della mia decisione. È una persona molto semplice, ma ha il coraggio di lasciarmi fare il mio dovere. Mia madre mi ha dato la sua benedizione. Se la incontrassi, questo ci renderebbe più deboli entrambe». Da allora, Sharmila non si è più pettinata, non si è guardata allo specchio e neppure una goccia d’acqua è passata attraverso la sua bocca. Si pulisce i denti con del cotone asciutto. Con la forza della benedizione della madre, Sharmila si è recata nel luogo della strage. E così ha iniziato il suo digiuno pacifico. Il 12 novembre è stata arrestata con l’accusa di tentato suicidio. Le autorità hanno iniziato ad alimentarla a forza dal naso, confinandola nell’Ospedale Jawaharlal Nehru di Imphal. Sono passati sei anni da allora. Sotto custodia giudiziaria, Sharmila ha rifiutato di interrompere il digiuno o di chiedere il rilascio su cauzione. Come da procedura, dopo un anno è stata rilasciata dalla corte, poiché il massimo della pena conferitole per il tentato suicidio non poteva essere oltre un anno. È stata arrestata di nuovo nel giro di 2-3 giorni, dato che il digiuno senz’acqua proseguiva. E questo ciclo di detenzioni annuali continua ancora oggi. «Fui scioccata dal vedere quei cadaveri. Non c’era modo di impedire altre violazioni da parte delle forze armate. Il digiuno è l’arma migliore poiché si basa su una lotta spirituale. Il mio digiuno è a nome della popolazione di Manipur. Non è una battaglia personale, bensì simbolica. È un simbolo di verità, amore e pace», spiega. Il 3 ottobre 2006, una volta rilasciata dalla corte, il fratello e un amico l’hanno tenuta lontano dai riflettori della stampa una notte. Il giorno seguente, eludendo i media e il personale di sicurezza, l’hanno portata via da Manipur. Lo stesso giorno è atterrata a Delhi, nel tentativo di far conoscere il suo caso a livello nazionale. Dall’aeroporto si è recata immediatamente al Rajghat per rendere omaggio al Mahatma Gandhi Samadhi. «Se Gandhiji fosse vivo oggi, avrebbe lanciato un movimento contro l’AFSPA», ha detto Sharmila ai giornalisti. Tre giorni dopo, in una retata notturna, la polizia la prelevò e la portò all’AIIMS. Più tardi è stata portata in un altro ospedale governativo della capitale. Solamente a marzo 2007 è stata condotta all’ospedale di Manipur, lo stesso che per lei è stata la casa degli ultimi 7 anni. Sharmila non è sola nella sua battaglia. Le donne del Nordest hanno una storia di azione politica, intensa resistenza e sacrificio, specialmente le madri di Manipur. Sharmila sta portando avanti quell’eredità, portandola a nuove altezze. Nel 2004 sono scoppiati disordini dopo il brutale stupro e omicidio di una giovane attivista, Thangjam Manorama Devi, a causa degli uomini dell’Assam Rifles. Il brutale incidente ha fatto scattare una forma di protesta senza precedenti da parte delle donne di Manipur che ha scosso la coscienza della nazione. Nel tentativo di attirare l’attenzione su un apparato politico e di sicurezza insensibile e sanguinario a Imphal e a Delhi, ossessionato dal conferire all’esercito e alla polizia poteri illimitati nel nome della sicurezza nazionale, le madri di Manipur, per la prima volta, hanno utilizzato i loro corpi per dare voce al loro risentimento. Si sono denudate davanti al quartier generale dell’Assam Rifles a Imphal e hanno sfidato l’esercito a stuprarle. «Avanti, soldati indiani, stuprateci!», diceva lo striscione che sostenevano, mentre protestavano completamente nude. Nel frattempo, Sharmila continua il suo digiuno, in detenzione, confinata in una stanza dell’AIIMS, scrivendo poesie, leggendo libri, facendo yoga. La lotta contro l’AFSPA, continua, a Manipur e a Delhi. Indomita, ferma, risoluta, Sharmila è lucida, non ha intenzione di tornare indietro. «Finché non ritireranno l’AFSPA, non smetterò di digiunare». Nel suo satyagraha per la verità e la giustizia, nella sua sofferenza contro la violenza della Stato contro i suoi cittadini, questa donna coraggiosa sta cercando semplicemente di avanzare una richiesta. Ma la più grande democrazia del mondo riceverà il suo messaggio e agirà per il bene dell’umanità?