martedì 24 luglio 2007

Possiamo permetterci il lusso di uno stato palestinese?

Dal sito "Oranges and Olives", post del 16.07.07. Traduzione di Antonella Sacco.

Oggi Bush ha tirato fuori un altro dei suoi infami discorsi: troppi complimenti a Israele e una pacca sulla spalla ad Abbas. E’ tristemente comico ascoltare Bush esprimersi in termini negativi su persone uccise, scagliate ai quattro venti e mascherate da miliziani! Sembrava proprio come se Pietre Botha (l’allora primo ministro del Sud Africa) se ne uscisse congratulandosi nel 1980 con gli abitanti dello Zimbabwe per la loro liberazione dal regime razzista. Ad ogni modo, Bush ha ribadito la sua posizione in favore di uno stato palestinese. E’ dal 1999, durante Arafat, che ogni anno ascoltiamo una promessa di riconoscimento e che, da quando Abbas è andato al potere, appare meno carica di ottimismo e speranza. In entrambe le circostanze i palestinesi hanno applaudito. Tuttavia i nostri presidenti non ci hanno mai spiegato se in verità possiamo permetterci uno stato palestinese. Diamo una occhiata alla storia più recente. Nel gennaio dello scorso anno ci sono state le elezioni. Hamas ha vinto. I finanziamenti sono stati bloccati. Gli impiegati non hanno percepito lo stipendio per 16 mesi. Hamas non se ne è occupato. Fatah poteva occuparsene anche meno. Questa crisi che ci dimostra? Primo, abbiamo un “paese” con una economia che non può sostenere la spesa corrente del governo. In breve, siamo (penso) la sola entità politica sulla faccia della terra che elemosina persino i salari per i propri impiegati. La metà del nostro PIL è rappresentata da aiuti stranieri, la metà della metà rimanente proviene dalle rimesse e meno di un quarto è effettivamente prodotto all’interno della Palestina. Se ora diventassimo uno stato, smetteremmo di essere una questione urgente agli occhi del mondo. Smetteremmo di ricevere gli aiuti internazionali. Se tutto va bene e con un po’ di fortuna tra 50 anni avremo una economia somigliante all’attuale economia dell’Afghanistan. Il partito di governo non è stato in grado di assumersi la responsabilità di questa crisi, l’opposizione non ha fatto nulla. Abbiamo partiti politici incapaci di rappresentare chicchessia. In effetti, questi partiti, malgrado la loro ampia e storica base popolare, sono delle semplici marionette nel gioco locale e internazionale. Così non abbiamo un sistema multi-partitico, ma in verità un sistema multi-stato. Se tutto va bene e con un po’ di fortuna fra 50 anni il nostro si trasformerà nell’attuale sistema politico libanese. Abbiamo più fazioni militari rispetto i nostri vicini. Un amico mi ha raccontato che la Croce Rossa ha dovuto negoziare con 19 differenti gruppi per assicurarsi l’uscita da Gaza. Ed erano naturalmente gruppi moderati disposti a negoziare. Bastano due tizi armati per dare vita a una brigata e terrorizzare i palestinesi, prima ancora che gli israeliani, e sotto la maschera del patriottismo noi siamo costretti ad acclamarli come angeli degli dei. Naturalmente non mi occorre menzionare il fatto che istituzioni come la polizia, il sistema giudiziario, l’assistenza sanitaria sono più inefficienti di quelle dell’ultimo paese sviluppato del mondo. Così Mr Abbas, quando salti fuori e ci dici: vi darò uno stato. Hai idea di ciò che farai il giorno dopo?

venerdì 8 giugno 2007

Israele: Un altro boicottaggio britannico (che noia)

Si ringrazia Olga Liserre per la traduzione. Dal blog Israelity, post del 31 maggio 2007:

L’associazione delle Università e College britannici (UCU) sta boicottando il mondo accademico di Israele – il che significa che non si terranno lezioni in loco o non vi sarà scambio d’informazioni con i ricercatori israeliani, né finanziamenti alle istituzioni universitarie. Così sarà, finché Israele non si staccherà dalla West Bank. Il voto è stato accolto ieri. Come si può immaginare, autori di blog, accademici e giornalisti dicono la loro sulla questione. Non si tratta del primo boicottaggio verso Israele che arriva da “oltre mare” e, con un sentimento anti-israeliano in crescita, le cose sembrano orientarsi in una direzione simile nel futuro prevedibile. Dalla blogosfera, Jewlicious consiglia: andate avanti e ignorateli. Sviluppate mezzi alternativi di sostegno e scambio. Niente d’importante. Seriamente. Ognuno abbandoni l’angoscia e l’indagine di sé. Israele dovrebbe ricordare di essere in guerra e che questo boicottaggio costituisce una grave ipocrisia. Scegliere gli accademici israeliani è semplicemente vergognoso. La vergogna è dell’associazione e, francamente, questo voto non sorprende se si considera dove il mondo accademico britannico (e a volte quello americano) ci ha portati per quanto riguarda il Medio Oriente nell’ultimo ventennio. Oleh Girl’s Yael, un’universitaria lei stessa, suggerisce che gli ebrei britannici rivedano la loro scelta di domicilio. Non proporrò che gli ebrei britannici diano un’occhiata al paese in cui vivono e valutino la possibilità di spostarsi altrove, perché essi decideranno da soli se vogliono veramente vivere in una nazione in cui l’associazione dei giornalisti, quella degli accademici, degli architetti e probabilmente a breve i medici (sì, anche loro dovranno votare il boicottaggio il mese prossimo) e le principali associazioni di lavoratori (che voteranno sul boicottaggio nel mese di giugno) si stanno comportando in questo modo. A questo va aggiunto che lo scorso anno il numero di attacchi anti-semitici in Inghilterra è cresciuto in modo allarmante di più del 40% -- il maggior aumento in Europa – il livello più alto mai raggiunto. Sicuramente io non lo farei. Il professor Dr. Jonathan Rynhold, docente all'Università di bar Ilan, definisce il boicottaggio un’ipocrita caccia alle streghe e mette in guardia dall’associare mondo accademico e politica. "Questo non è anti-semitismo, ma pregiudizio, secondo il quale i palestinesi ed altre nazioni hanno un diritto all'auto-determinazione, ma non gli ebrei." “È chiaro per tutti che Israele non è uno dei paesi più problematici in materia di violazione dei diritti umani, come la Cina, l’Arabia Saudita e anche gli Stati Uniti e l’Inghilterra, che operano in Iraq e il cui comportamento causa molti più problemi. E ancora, è Israele a essere minacciato con questo boicottaggio.” Chiaramente la questione è lontana dall’essere “noiosa”.

Palestina: fatelo, che funziona!

Dal sito Oranges and Olives, post del 30 maggio 2007:

Così i docenti delle università e dei college britannici hanno votato a favore del boicottaggio. Il dibattito sul boicottaggio di Israele non è più quindi una prerogativa di quella che i sostenitori di Israele chiamano "sinistra radicale" e sta affermandosi giustamente nel filone principale. Mentre la discussione sul boicottaggio era in corso, un comitato d'indagine israeliano rivelava che i requisiti previsti per l'iscrizione alle facoltà di medicina nelle università israeliane servono unicamente per scoraggiare gli studenti arabo-israeliani dallo studiare in queste facoltà. I nuovi regolamenti proibiranno l'iscrizione alla facoltà di medicina ai minori di 20 anni, a meno che chi si iscrive non scelga di svolgere in contemporanea il servizio militare. Gli studenti arabi, che non prestano il servizio militare, iniziano l'università a 18 anni, mentre gli ebrei iniziano gli studi universitari solo dopo aver servito per almeno 2 anni nell'esercito, raggiungendo così il limite d'età richiesto. D'altro canto, gli israeliani stano dimostrando che il boicottaggio può portare a risultati positivi dal momento che 4 Università israeliane hanno richiesto al Ministro della Difesa israeliano di rivedere il divieto per gli studenti di Gaza di iscriversi alle Università nella West Bank. L'esercito israeliano, che vede problemi di sicurezza ovunque, sostiene che permettere agli studenti di muoversi da una parte all'altra del Paese sarebbe una minaccia alla sicurezza. Chiunque sia transitato per il passaggio di Erez che separa Gaza da Israele sa che questa è, a essere carini, un'affermazione ridicola. Ad ogni modo, con il boicottaggio in vista queste università hanno cercato di dare un segnale contro una delle tante politiche con le quali Israele opprime i palestinesi. Sebbene sia una prova che il boicottaggio alla fin fine può funzionare, è solo un piccolo passo nel viaggio di 10000000000 miglia per liberare Israele dalla sua natura fascista.

martedì 22 maggio 2007

Palestina: Abbandoniamoli

Dal sito Oranges and Olives, post del 17 maggio 2007 di Ned, da Ramallah, West Bank:

Premessa: quanto scritto di seguito non vuole in alcun modo liberare Israele dalle proprie responsabilità per lo stato di miseria in cui giace il popolo palestinese. Per anni, i movimenti palestinesi hanno difeso la continua militarizzazione della società palestinese, sostenendo che è una pre-condizione indispensabile per portare avanti la battaglia per la liberazione (della Palestina, ndr). Ci hanno venduto l’idea che questa liberazione potrà essere conseguita solo con la lotta armata. Poi ci hanno imposto un atteggiamento mentale che glorifica i leader di questa lotta armata. Non sapevamo ancora quanto il potere possa corrompere le persone. Ben più importante, non avevamo ancora compreso il significato del proverbio arabo che recita “l’arma nelle mani di un vigliacco ferisce”. Ora ci siamo svegliati per vedere cosa realmente significhi. Hanno raggiunto il potere con le loro armi, e vogliono assicurarsi che sia solo roba loro. Vogliono assicurarsi di non dover spartire con nessun altro questo simulacro di potere che hanno racimolato, e i risultati sono chiari: sono i morti sulle strade di Gaza. Questa volta, i proiettili israeliani e palestinesi si sono uniti per versare il nostro sangue. Ora che i proiettili dei movimenti per la resistenza hanno ucciso più palestinesi di quanti ne abbiano liberati, non sarebbe forse opportuno che ci fermassimo un attimo a riflettere se abbiamo veramente bisogno di questo tipo di “resistenza”? Sembra sensato abbandonare tutto ciò che procura più danni che benefici e, a conti fatti, i benefici procurati dai gruppi armati (posto che ve ne siano) sono di gran lunga inferiori ai danni che ci hanno procurato. Probabilmente è giunto il momento di riconoscere che fino ad ora siamo stati ingannati dai sostenitori della necessità della lotta armata. Capisco che la lotta armata è solo una delle componenti naturali della serie di strategie che un popolo oppresso escogita per combattere l’oppressione. In alcune situazioni diventa una necessità ed in altre oltrepassa il suo scopo. Nel nostro caso, siamo stati indotti a sopravvalutare questa particolare strategia, tralasciando tutte le altre possibili. Siamo giunti a scartare queste altre possibilità come se neppure esistessero. È giunto il momento di unire le nostre forze per porre un freno a questa ridicola situazione che abbiamo raggiunto. Dobbiamo essere chiari e chiedere che depongano le loro armi. Per 60 anni ci hanno trascinati dal male al peggio, è giunto il momento che ci alziamo in piedi contro la loro modalità di gestione del conflitto e che sosteniamo con forza un nuovo approccio, basato su di un’analisi razionale della situazione. I gruppi armati, è evidente, non sono in condizione di sconfiggere Israele. La propaganda che hanno provato a venderci alla vigilia del ritiro (di Israele, ndr) da Gaza non è appunto altro che propaganda. Israele si è ritirata solo perché era la soluzione più agevole, e vide nel ritiro una grande mossa pubblicitaria. Il trattato di Oslo non è stato una vittoria, se qualcuno lo ritiene ancora tale, e anche questo non è stato imposto ad Israele con la lotta armata, ma al contrario è stato imposto ai palestinesi, e volentieri firmato dai nostri incompetenti leader. L’unica soluzione alla crisi attuale deve essere una scelta radicale da parte dell’Autorità Palestinese che, mostrando volontà politica e coraggio, deve esigere la demilitarizzazione di tutti i gruppi non legati alla sicurezza. Un tale provvedimento dovrebbe prevedere un periodo di transizione, nel quale tutti siano inviatati a deporre volontariamente le armi, dopodiché il possesso illegale di armi dovrebbe essere punito secondo le leggi in vigore. Senza un provvedimento così deciso (e improbabile) è probabile che continueremo a sprofondare in questa trappola, fino a quando una vera guerra civile infurierà per le strade di Gaza. Probabilmente nell’arco di un anno sentiremo parlare di uno Stato Islamico di Gaza imposto da Hamas! Dobbiamo manifestare, non solo contro le lotte interne ma anche contro il possesso delle armi, se necessario anche contro quelli che pretendono di difenderci, perché i fatti mostrano che ci stanno ammazzando. Dobbiamo dirglielo chiaramente: deponete le vostre armi.

mercoledì 18 aprile 2007

Israele non ha usato armi all'uranio in Libano. E i media tacciono.

L'impiego di armi all'uranio da parte di Israele nel corso degli scontri con il Libano nell'estate 2006 è stato ampiamente pubblicizzato lo scorso anno. Questo argomento è stato risollevato qualche settimana fa sul blog "sharonlapaz", che riproduco (con il gentile consenso dell'autrice, per le parti che ci interessano, invitandovi ad andare sul sito per leggere l'intero articolo):

"Qualche tempo fa, è circolata una notizia che decretava che Israele ha usato armi all'uranio nel Sud del Libano nel corso dell'ultima guerra, quest'estate. Con una semplice ricerca su google (Israele+uranio+libano) si può avere accesso a parecchie pagine, sia di giornali che di blogs, che diffondono con entusiasmo tale notizia. Qui non ne cito nessuno perché non ho intenzione di fare pubblicità a tali testate e testacce. [...] E qui arriviamo a noi e alla smentita di questi giorni, del tutto ignorata dalla stampa italiana (la semplice ricerca su google di cui sopra ci dimostra come, digitando quelle parole chiave, ancora compaiano solamente citazioni relative alla vecchia notizia, che già era incompleta e che poi è stato dimostrato essere erronea). Una commissione di esperti ONU, IAEA, dell’Agenzia Atomica Araba, della Commissione Libanese per l’Energia Atomica e di membri del reggimento di ingegneria dell’Esercito Libanese [...] ha reso pubbliche Lunedì in una conferenza le conclusioni di mesi di ricerca sul campo, nel Sud del Libano. Conclusioni che affermano che “non sono state trovate tracce di uso di armi contenenti uranio in nessuna forma - impoverito, naturale o arricchito”. Per quanto riguarda le tracce di uranio che sono state trovate nel Sud del Libano e che [...] rappresentavano di per sè la prova certa del coinvolgimento israeliano, uno degli scienziati della commissione, Omar al-Samad, dice al riguardo: “Pezzi metallici trovati nell’area di Khiam sono stati analizzati e non hanno riportato tracce di uranio. Campioni presi a differenti profondità hanno confermato la composizione naturale dell’uranio”. Un altro scienziato della commissione, Mario Burger, dice: “L’uranio presente nel sito non è mai stato tecnicamente processato e quindi non ne si può legare la presenza nella zona a missili o bombe. Pezzi di missili e bombe che hanno colpito Khiam nella guerra del 2006 non hanno rivelato nessun materiale radioattivo”. Fonte: The Daily Star Lebanon
Risalire alle fonti originarie dell'informazione è stato un po' difficile, ma alla fine eccole qua:

giovedì 5 aprile 2007

Israele: sentirsi presi in giro

Dal sito Mideast Youth, post di Leah del 4 aprile 2007:

Qualche settimana fa ho ricevuto una e-mail entusiasmante, che recitava più o meno così: "Stiamo organizzando un'escursione in autobus di un giorno alle alture del Golan, per il prossimo giovedì 5 aprile, secondo giorno di Chol Hamoed Pesach. Visiteremo i principali posti del Golan, e chiuderemo la giornata con un grande evento, che prevede la partecipazione di un artista ospite. Adatto a tutta la famiglia. I bambini fino ai 6 anni non pagano". In basso, sull'avviso, era riportata la scritta "Sponsorizzato dal World Likud", il partito politico di destra. Ho pensato, chissenefrega, se lo finanziano loro, tanto meglio per me. Il prezzo era incredibilmente basso, tutto incluso -compreso il pranzo a base di carne- 10 dollari. Sono stata la prima ad iscrivermi. Stavano organizzando ben quattro autobus dalla nostra comunità. Oltretutto, avevo preso ferie dal lavoro per tutte le festività di Pasqua (ebraica, ndr), e questo sembrava una perfetta gita fuori da Gerusalemme. Ma ieri ho letto nel giornale quanto segue: "Manifestazione di protesta nel Golan contro il piano saudita. Centinaia di manifestanti sono attesi giovedì alla manifestazione di protesta all'altopiano del Golan contro l'adesione del Primo Ministro Ehud Olmert al piano saudita..." Oh merda! Avevo appena dato la mia adesione per 3 persone alla manifestazione ma l'avviso non diceva NULLA della manifestazione. Diceva semplicemente che vi sarebbe stato "un grande evento" E poichè io non manifesto, né per la destra né per la sinistra, ho dovuto rinunciare al viaggio. Probabilmente una gita a Tel Aviv sarà più tonificante per il mio spirito.

venerdì 30 marzo 2007

Palestina: Land Day

Dal sito Oranges and Olives, post del 30 marzo 2007:

Land day in Palestina"Oggi ricorre il Land Day. 31 anni fa, i cittadini palestinesi in Israele si radunarono in massa per protestare contro la confisca delle loro terre da parte dello stato d'Israele. In quel giorno, 21.000 dunum di terra (il dunum è un'unità di misura, ndr) furono confiscati agli arabi per consegnarli allo stato d'Israele, per la costruzione di zone industriali e villaggi, in uno dei tentativi dello stato di spostare l'ago della bilancia demografica in Galilea. Sebbene sia illegale in ogni democrazia usare l'esercito contro i cittadini (esclusi i casi di sicurezza nazionale), l'esercito israeliano entrò nelle città arabe d'Israele e uccise 4 dimostranti. Altri due furono uccisi dalla polizia. Da quel giorno nel 1976, il 30 Marzo è diventato il Land Day, ed è celebrato dai palestinesi in Israele, nella west Bank e a Gaza, e all'estero. [...]"
Il post prosegue con commenti e altre notizie; chi vuole leggerlo per intero può cliccare qui.

venerdì 23 marzo 2007

Israele: stop all'uso dei civili come scudi umani

Dal sito Human Rights Watch del 16 marzo 2007:

Guerra urbanaL'esercito israeliano deve smettere immeditamente di mettere a repentaglio la vita di civili palestinesi costringendoli a partecipare ad operazioni militari, ha dichiarato l'organizzazione Human Rights Watch oggi. Nel corso di recenti operazioni militari nella Città Vecchia di Nablus, soldati israeliani hanno costretto con le armi almeno tre palestinesi, due dei quali bambini, a partecipare alla ricerca di sospetti all'interno di alcune abitazioni. Le leggi umanitarie internazionali proibisocono alle parti in conflitto di usare civili come scudi umani nel corso di operazioni militari. [...] Secondo alcune testimonianze raccolte dall'organizzazione umanitaria israeliana B'Tselem, il 25 febbraio scorso, il primo giorno dell'operazione militare israeliana nella Città Vecchia di Nablus, soldati dell'esercito israeliano hanno costretto con le armi due cugini, Amid and Samah Amirah, di 15 e 24 anni, a camminare davanti a loro mentre pattugliavano alcune case. Amid racconta come l'Israel Defense Forces (IDF) lo utilizzò per entrare in casa sua, credendo che lì fossero rifugiati dei sospetti (come si deduce dal fatto che i soldatati spararono alcuni colpi durante la perlustrazione): "Mi puntarono contro le armi. Uno di loro mi spinse dentro casa. Io entrai, e poi entrarono i soldati. Mi spinsero in un angolo della stanza, e poi spararono alcuni colpi. Spararono 5 o 6 colpi in casa. Poi mi fecero avanzare nella stanze, e loro entravano dopo di me." I soldati costrinsero anche Samah, cugino di Amid, ad entrare in tutte le stanze di un'altra casa, sparando poi alcuni colpi nelle stanze. Questa scena è stata ripresa da un cameraman dell'AP. Tre giorni dopo, il 28 di Febbraio, alcuni soldati israeliani hanno obbligato una ragazzina undicenne, Jihan Tadush, ad accompagnarli nella perlustrazione di una casa nel quartiere Yasmina, dove vive. Così la bambina descrive l'accaduto: "Il soldato mi ha ordinato di dirigermi verso la casa. Tre soldati mi seguivano. Arrivati alla casa, c'erano molti soldati. Il soldato mi ha ordinato di entrare. I soldati venivano dietro di me. La casa era buia, e i soldati facevano luce con le torce. C'erano alcune stanze chiuse a chiave e la cucina. Il soldato mi ha domandato dove fossimo, ed io ho risposto che eravamo in una cucina. Mi ha domandato dove fossero le scale per salire sul tetto. L'ho mostrato loro, ed i soldati sono saliti sul tetto e poi ridiscesi". Jihan racconta anche cosa ha provato dopo il fatto: "Tremavo di paura. Avevo paura che mi uccidessero o che mi portassero in prigione. L'unica cosa che volevo fare era dormire. Avevo paura che i soldati tornassero e mi prendessero." Jihan ha anche fornito un video, disponibile su YouTube, dove descrive la sua esperienza. [...] L'articolo 51 della Quarta Convenzione di Ginevra proibisce l'uso di civili nelle operazioni militari, un principio base della legge di guerra che è assoluto e non ammette deroghe. La Convenzione proibisce inoltre l'esercizio di "coercizione morale o fisica contro soggetti protetti" (art. 31) e impone che i civili siano protetti "in particolar modo da tutti gli atti o minacce di violenza" (art. 27). L'articolo 51 del Protocollo aggiuntivo n. 1 stabilisce che le parti in conflitto non possono dirigere "il movimento della popolazione civile o di singoli individui per creare uno scudo a obiettivi miltari o a operazioni militari". Human Rights Watch chiede che l'esercito israeliano avvii immediatamente un indagine sui recenti fatti dell'IDF nella Città Vecchia di Nablus, che persegua e punisca chiunque sia responsabile dell'uso di civili come scudi umani nel corso delle operazioni militari, e che i comandi militari comunichino in modo chiaro ed inequivocabile che pratiche simili non saranno tollerate.

lunedì 19 marzo 2007

Israele: tagliati fuori dai bimbi di 5 anni

Dal sito "Israelity", post del 19 marzo 2007:

Non è mai troppo presto per pensare alla CARRIERA. Almeno, non nella cittadina di Dimona, nel sud di Israele, dove i bambini di una scuola materna stanno imparando a girare video, produrre trasmissioni radiofoniche e mixare musica dance. Un progetto sperimentale di "scuola materna in comunicazione", sostenuto dal Comune, sta introducendo i bambini al mercato dell'industria elettronica, insegando loro come condurre un intervista, girare un video, montarlo e le tecniche "base" di un D.J. "Dovreste vedere l'entusiasmo dei bambini" afferma il preside. Alcuni progetti -un intervista con il sindaco e il montaggio di alcuni clip per la festività di Purim- sono stati trasmessi dalla televisione locale. Oh yeah, il futuro sembra promettente.

giovedì 15 marzo 2007

Israele: i cittadini diventeranno informatori?

Dal sito "Oranges and Olives", post del 14 marzo 2007:

Da tempo la gente descrive le azioni di Israele come quelle di uno stato in cui vige un regime di Apartheid. E' difficile contraddirli, a meno che non si soffra di amore incondizionato verso Israele. Ad ogni modo, la commissione parlamentare per gli affari interni e l'ambiente (il blogger usa il termine "Israeli Knesset Interior and Environment Committee", ndr) ha approvato la seconda e terza lettura di un nuovo disegno di legge che imporrà ai cittadini di agire come informatori, per realizzare il loro nuovo apartheid. I tassisti dovranno infatti procedere all'identificazione degli individui 'sospetti' prima di farli salire sul loro taxi. E come al solito, la giustificazione è quella delle misure contro il terrorismo. Israele non si stancherà mai di questo stupido gioco.
I toni sono un po' accesi, e cercheremo di raccogliere anche le opinioni a favore di questo disegno di legge, ndr.

venerdì 9 marzo 2007

Israele: felice giornata della donna

Dal sito "Israelity.com" un post di ieri, 8 marzo 2007:

E' la giornata internazionale delle donne, che ne dite di un po' di cifre su come Israele sta sostenendo la questione femminile?

Un grazie a Yediot Ahronot, quotidiano in lingua ebraica, per i seguenti dati (relativi a Israele): - una donna guadagna in media 800$ al mese in meno del suo "corrispettivo" maschile; - le donne lavorano 35 ore alla settimana, gli uomini circa 46; - l'età media per il matrimonio di una ragazza ebrea è di 25 anni (e sta aumentando); - la maggior parte ha il primo bambino/a a 30 anni; - ogni famiglia ha in media circa 2,69 figli/e (ed il restante 0,31 di questi bimbi dov'è?) - di circa 2.7 milioni di lavoratori, 1.3 sono donne; - una ragazza mussulmana (che vive in Israele) si sposa a 22 anni ed ha in media 4 figli/e; - una ragazza cristiana (che vive in Israele) si sposa a 24 anni ed ha in media 2 figli/e.