venerdì 9 novembre 2007

Storie di straordinaria rinascita

Per gentile concessione della Fondazione Pangea.


Grazie al progetto Sharma molte donne acquisiscono indipendenza economica e rispetto sociale
Di Claudia Signoretti, Assistente Progetti.


Balika Basnet vive a Dang, un distretto molto povero nelle pianure del Terai, nel Nepal meridionale. Sposatasi all’età di 15 anni, Balika si ritrovò ben presto con tre figli e un marito molto più dedito all’alcool e al gioco d’azzardo che alla famiglia. Impegnata a provvedere da sola alla famiglia e al duro lavoro nei campi, la sera era costretta a subire le prepotenze e, spesso, l’ira violenta del marito ubriaco che la picchiava senza motivo.
Balika trascorreva così le sue giornate per mesi, anzi per anni, fin quando, venuta a sapere che era stato aperto un Centro Donna proprio nel suo distretto, andò a incontrare Tulasa, la responsabile, alla quale raccontò la sua storia e i suoi problemi. Tulasa le propose di inserirsi in un gruppo di risparmio e così Balika iniziò, con grande entusiasmo, a partecipare a tutte le attività svolte nel Centro Donna. Dimostrando buone capacità nella gestione dei risparmi all’interno del gruppo, Balika ottenne dal Centro stesso un prestito di 20.000 rupie nepalesi (poco più di 200 euro) per avviare una propria attività di allevamento di bufali.
In breve tempo tale attività cominciò a produrre buoni guadagni, con i quali Balika non solo ha potuto restituire il prestito nei tempi prefissati, ma ha anche iniziato a mettere da parte qualche risparmio per la propria famiglia. Il successo di Balika ha innescato un’enorme trasformazione anche nel marito, che non solo ha smesso di bere e di giocare d’azzardo, ma ha iniziato a prendersi cura della famiglia e a dedicarsi a lavori socialmente utili nel proprio villaggio. Incoraggia la moglie a partecipare alle attività del Centro ed è diventato convinto sostenitore dell’importanza di una partecipazione attiva delle donne all’interno della comunità.

Sita Adhikari ha 35 anni ed è la quinta moglie di un uomo che ha esattamente il doppio della sua età. Anche lei, come Balika, aveva un marito alcolizzato e violento. Per mantenere la famiglia, Sita aveva venduto tutti i gioielli che le erano stati regalati dai genitori per le nozze e con il ricavato aveva aperto un negozietto per la vendita di generi alimentari. Ma la disonestà di un abitante del villaggio, che acquistò da lei un sacco di riso a credito, con l’impegno disatteso di pagarlo il giorno successivo, fece immediatamente fallire l’attività appena intrapresa.
Presso il Centro Donna anche Sita ha potuto contare sull’appoggio di altre coetanee dal vissuto simile al suo e, ricevuto un microcredito, ha potuto ritentare un’attività commerciale, aprendo un piccolo negozio di tè. Ora dichiara con orgoglio (e con grande riconoscenza verso le amiche del Centro che l’hanno aiutata) di essere riuscita finalmente a realizzare i suoi sogni: garantire un’istruzione a entrambi i figli e godere del supporto e della stima del marito, che ora l’aiuta sia nelle faccende domestiche che nel lavoro del negozio.
Il fattore economico, unito all’amicizia e alla solidarietà delle altre donne e agli incontri formativi offerti dal Centro non solo hanno aiutato sia Balika che Sita a ritrovare sicurezza in sé stesse e nelle proprie capacità, ma hanno cambiato radicalmente le loro vite: le due donne hanno imparato a gestire efficientemente i propri guadagni e risparmi, hanno migliorato i rapporti con la propria comunità, hanno conquistato la stima e la fiducia dei propri mariti e famiglie.

Le vicende di Balika e Sita sono due delle tante storie di ordinaria povertà ma anche di straordinaria rinascita delle donne coinvolte nel progetto Sharma, che Fondazione Pangea sta realizzando in collaborazione con la nepalese Women Foundation in cinque distretti nel sud del Nepal.
Il progetto ha permesso l’apertura di cinque Centri Donna, luoghi di aggregazione e socializzazione. Per ogni Centro sono state selezionate tre responsabili che vengono formate sulla gestione delle varie attività. Al termine di questa formazione, che prevede corsi di contabilità, gestione del microcredito, "genere e sviluppo", nonché consulenza psicologica e legale, le responsabili tornano nei propri distretti per essere, a loro volta, formatrici e trasmettere alle altre donne quanto hanno appreso.
Sotto la guida delle responsabili, presso i Centri si organizzano incontri di sensibilizzazione e informazione per la comunità su varie tematiche tra cui i diritti umani, la violenza domestica, i diritti legali, il traffico di donne e di minori, la recente guerra civile e il processo di pace. Inoltre si offre supporto psicologico e consulenza legale, mediazione familiare e all’interno della comunità, per le donne vittime di soprusi e violenza. Infine si tengono corsi di alfabetizzazione e di formazione professionale per rendere le donne in grado di svolgere un’attività autonoma, anche con la concessione di microcrediti per favorire il raggiungimento dell’indipendenza economica.
Ogni Centro è frequentato da un minimo di 100 a un massimo di 500 donne che, come Balika e Sita, hanno deciso di prendere in mano le redini della propria vita e cambiare il proprio destino. Donne coraggiose i cui sforzi e i cui successi restano solitamente in un anonimo silenzio.
Purtroppo è difficile contenere in queste poche righe le emozioni e la formidabile energia di queste donne, raccontare, senza correre il rischio di banalizzarle, le loro storie e la loro ferrea determinazione, cogliere come il percorso offerto dai Centri Donna sia stato un momento importante e decisivo per la loro vita. Tale cammino assume ancor più rilevanza se si pensa che s’inserisce nel contesto di una società fortemente patriarcale, in cui l’identità della donna si forgia secondo il ruolo che essa ricopre in relazione all’uomo - quello di figlia, moglie, madre - e in cui la cittadinanza si può acquisire solo a partire dai 16 anni. Ma deve essere un uomo a chiederla per conto della donna!

lunedì 4 giugno 2007

Nepal, la lunga via della democrazia

Per gentile concessione della Fondazione Pangea.

NEPAL, LA LUNGA VIA DELLA DEMOCRAZIA Svolta nel Paese himalayano, ma resta ancora molto da fare Di Claudia Signoretti, Assistente Progetti
Il 1 aprile 2007 un nuovo corso è cominciato in Nepal, dove i maoisti sono entrati per la prima volta al governo dopo circa quattro mesi dalla firma di un accordo di pace, che ha posto fine alla decennale guerra civile, che ha causato 13.000 morti, 200.000 sfollati e incalcolabili danni ad una già debole economia. Con la firma dello storico accordo, nel novembre 2006, il primo ministro Koirala e il capo dei ribelli maoisti Prachanda hanno concordato i termini del disarmo e della costituzione di un Parlamento e di un Governo ad interim, che guidi il Paese sino alle elezioni dell’Assemblea Costituente, incaricata di redigere una nuova Costituzione e di decidere il futuro della contestata monarchia. A cinque mesi dalle rivolte popolari che avevano determinato la fine dell’ultima teocrazia del mondo, costringendo alle dimissioni il re Gyanendra, capo assoluto militare, politico e religioso del Paese, i leader dei sette partiti dell’Alleanza (SPA) arrivavano a un accordo con i guerriglieri maoisti, i quali oggi non solo rappresentano il secondo gruppo per consistenza in seno al Parlamento, con 83 deputati su 330 seggi, ma hanno anche 5 dei 21 ministeri (informazione, sviluppo locale, pianificazione e lavoro, foreste, donne e bambini) del governo provvisorio. Sebbene la partecipazione attiva dei maoisti alla vita politica del Nepal alimenti le speranze di pace dopo anni di guerra civile, non sopisce tuttavia i timori sulle loro reali intenzioni e sul futuro politico del Paese. Da una parte il leader maoista Prachanda mostra disponibilità al negoziato con le altre forze politiche confermando il progressivo e totale disarmo, sotto il controllo degli osservatori dell’ONU, degli ex ribelli e lo smantellamento delle loro “strutture di governo” create e gestite nei territori da loro controllati durante la guerra. Dall’altra parte, l’ex capo guerrigliero mostra la sua fermezza affermando che “questo momento storico segna la fine di 238 anni di sistema feudale” e dichiarando che il suo partito si batterà per trasformare il regno in una repubblica, consegnando la monarchia “ai libri di storia”. Tale posizione è in forte contrasto con quella dei leader di altri partiti di governo, che spingono perché il monarca mantenga un ruolo pubblico, almeno a titolo cerimoniale, visto che il re è considerato dai fedeli induisti come l’incarnazione di una divinità. Ulteriori incertezze e ansie per il processo di pace sono alimentate dalla spirale di violenza che si è innescata, all’inizio dell’anno, nella regione del Terai, una striscia di terra pianeggiante e molto fertile nel Nepal meridionale, ai confini con l’India. La regione è abitata dai Madhesi, un popolo molto più simile per etnia e cultura ai vicini indiani piuttosto che agli abitanti delle colline e delle montagne nepalesi. Pur costituendo quasi la metà dell’intera popolazione nepalese, i Madhesi sono sempre stati discriminati ed emarginati dai Pahadi (la gente delle colline), che abitano sugli altopiani ai piedi dell’Himalaya e che da sempre dominano la scena politica nepalese. La protesta antigovernativa nel Terai, guidata dal Forum per i Diritti della Popolazione Madhese (MPRF), è esplosa a gennaio contro la Costituzione ad Interim, che sembra ignorare ancora una volta i diritti di questa etnia. Il Forum chiede un sistema elettorale che garantisca ai Madhesi un’adeguata rappresentanza nell’Assemblea Costituente (le cui elezioni sono previste per il 20 giugno) e un’ampia autonomia per la regione del Terai all’interno di uno stato federale. Tale protesta si accendeva in una regione già tormentata da una serie di bandh, blocchi totali della circolazione e delle attività accompagnati da violente manifestazioni di piazza. Responsabile della proclamazione dei bandh era il Fronte di Liberazione Democratico del Terai (JTMM), gruppo armato, nato nel 2004 dalla scissione del partito maoista, che punta alla creazione di uno Stato indipendente del Terai. La protesta si è trasformata in vera e propria rivolta il 18 gennaio, in seguito all’uccisione di un giovane manifestante Madhesi da parte dei maoisti. Nonostante il coprifuoco imposto dalle autorità le manifestazioni di piazza e gli scontri tra maoisti, Madhesi e forze di polizia si sono susseguiti con inaudita violenza causando, fino a oggi, la morte di 60 persone. Proprio in questa regione, che è stata l’epicentro dell’ondata di violenza degli ultimi mesi, la Fondazione Pangea sta lavorando con The Women’s Foundation, a supporto delle attività di cinque Centri donna, in alcuni distretti tra i più poveri del Terai. Tali Centri rappresentano dei luoghi di aggregazione e socializzazione per le donne in stato di bisogno o vittime di violenza. In ciascuna di queste strutture esse trovano del personale preparato ad accoglierle, ascoltarle, consigliarle e indirizzarle verso le attività di supporto che il Centro gestisce: corsi di alfabetizzazione, formazione professionale, assistenza per l’avvio di piccole imprese grazie al microcredito, assistenza sanitaria, mediazione familiare o un rifugio, nel caso siano vittime di un marito o di una comunità di villaggio troppo violenti. Ogni mese, inoltre, le donne, organizzate in gruppi di risparmio, si incontrano presso i Centri per unire i loro risparmi e decidere chi a rotazione ne beneficerà. Se il denaro risparmiato non è sufficiente, il gruppo di risparmio può richiedere al Centro donna un microcredito, variabile tra i 100 e i 600 euro, presentando la richiesta con un formulario in cui si spiega il progetto relativo all’attività imprenditoriale da intraprendere. A supporto delle piccole attività economiche avviate dalle donne, i Centri Pangea promuovono anche corsi di alfabetizzazione. Nel 2006 è stato realizzato un corso di primo livello per 496 donne. Ora sta iniziando un nuovo ciclo di corsi, che comprende un corso di istruzione di base per le nuove beneficiarie e uno di livello più avanzato per consolidare le conoscenze acquisite. Tra la fine del 2006 e l’inizio del 2007, inoltre, sono stati organizzati viaggi di interscambio tra i distretti in cui le donne operano e vivono. Durante questi viaggi le rappresentanti di ogni Centro hanno avuto l’opportunità di visitare i Centri donna, di conoscerne le attività, condividere esperienze e scambiarsi proposte e soluzioni, con notevole arricchimento umano e professionale.