Mai prima d'ora
Mai prima d’ora nella storia contemporanea si era verificato un asssedio di più di un milione e mezzo di persore. Un assedio che può mettere in grave pericolo le loro vite, e il mondo stava là a guardare. Ciò che si permette che accada a Gaza non ha precedenti. Lasciare che ciò accada, nel ventunesimo secolo è un segno di come il mondo sia moralmente corrotto. Il principale generatore di corrente elettrica a Gaza è stato messo fuori uso. Il secondo e ultimo sarà fuori uso entro poche ore. Tutto a Gaza sarà avvolto dal buio. Questa situazione coinvolge gli ospedali, che non saranno in grado di continuare a curare i pazienti in assenza di corrente elettrica. A Gaza scarseggiano cibo e acqua potabile, con la mancanza di corrente elettrica, è difficile immaginare quanto ci vorrà prima che la situazione diventi una crisi umanitaria a tutti gli effetti. I bambini di Gaza si sono riuniti in una manifestazione chiedendo al mondo di “smettere di uccidere [loro]”, ma questo è esattamente ciò che avverrà se il mondo non dovesse intervenire. |
Never before
Never before in contemporary history has there been a siege on more than one and a half million people, A siege that can put at danger their lives, and the world has stood there and watched. What is being allowed to happen in Gaza is an unprecedented. To let this happen, in the twenty first century is just an indication of how morally corrupt the world is. In Gaza the main power generator engine has shot down. The second and last is due to shot down in few more hours. All of Gaza will go into the dark. That includes hospitals, which will not be able to continue to care for the patients without power. Gaza is low on food and clean water, with the lack of power, it is hard to imagine how long it will take before the situation really turn into a humanitarian crisis. Children in Gaza went out in a demonstration asking the world to "stop killing [them]", but if the world doesn't interfere that's exactly what will happen. |
martedì 22 gennaio 2008
Palestina: Gaza, una città sotto assedio
Pubblicato da dM a 22.58 0 commenti
Etichette: Palestina, vita quotidiana
martedì 27 novembre 2007
Palestina: Mi porti una Coca, per favore?
Quando viaggiamo, chiediamo ad amici e parenti se gli piacerebbe avere portato qualcosa dall’estero. In genere le loro richieste riguardano cose che non possono trovare nel proprio paese o note specialità degli altri paesi.
Un nostro collega, che lavora per una agenzia delle Nazioni Unite, è riuscito ad ottenere un permesso per lasciare Gaza e venire a Ramallah. Le storie che racconta trattano tutte di una situazione orribile in cui gli standard di vita e la sicurezza personale si stanno deteriorando a livelli per noi inimmaginabili, nonostante viviamo nello stesso paese. Potrei non essere molto interessato alla carenza di sigarette, o sul fatto che, in un territorio il cui PIL pro capite è meno del 5% di quello inglese, un pacchetto costa quanto in G.B. Ciò che in effetti mi ha intristito è stata la richiesta che il figlio gli ha fatto: “Papà portarmi una coca cola!” In un territorio in cui tutti gli approvvigionamenti che entrano sono controllati dall’esercito israeliano, la maggior parte dei beni di prima necessità non sono disponibili, a causa della loro scarsità e della forte impennata dei prezzi. Queste strategie erano diffuse nelle guerre medievali, nella nostra storia contemporanea sono state messe in atto dagli USA contro l’Iraq, e sono esercitate su altri paesi come Cuba. Per quanto siano trascorsi 700 anni, da quando questo tipo di strategia militare era prevalente, non sarebbe corretto credere che, in questi 700 anni, il nostro codice etico si sia sviluppato in modo da non giustificare tali mezzi? Una richiesta come quella del ragazzo è un indicatore del fatto che chiaramente a Gaza c’è qualcosa di sbagliato. Si stanno affamando due milioni di persone. Questo sembra in ogni caso l’azione di uno stato canaglia? Per alcune persone sensate, chiaramente lo è. |
When we travel, we ask our friends and family if they would like to have anything from abroad. Usually, their requests are for things that you can't find in their country or things that are known to be a specialty of other countries.
A colleague of ours, working with a UN agency, managed to get a permit to leave Gaza to Ramallah. The stories he tells are all of a horrid situation where living standards and personal safety are deteriorating to extents that we cannot imagine, despite living in the same country. I might not have been very interested in the lack of cigarettes, or the fact that a packet is now as expensive as in the UK, in a territory whose per capita GNP is less than 5% of the UK. What really made me sad, was a request that his son asked from him: "can you bring me a cola, dad!" In a territory where all supplies coming in are controlled by the Israeli Army, most of the essentials are not available, causing severe hike in prices and a lack of all essentials. Such tactics were prevalent in medieval warfare, in our contemporary history they were used in by the US against Iraq, and are applied to other countries such as Cuba. Since 700 years have passed since this type of war tactic was dominating military action, is it not right to assume that through these 700 years, our ethical code has been developed so as not to justify such means? A request like that boy's is an indicator that something is clearly wrong in Gaza. Two million people are being starved. Does this sound in anyway like an action of a rogue state? To any sane person, it clearly is. |
Pubblicato da dM a 22.08 0 commenti
Etichette: economia, Palestina, vita quotidiana
martedì 24 luglio 2007
Possiamo permetterci il lusso di uno stato palestinese?
Dal sito "Oranges and Olives", post del 16.07.07. Traduzione di Antonella Sacco.
Oggi Bush ha tirato fuori un altro dei suoi infami discorsi: troppi complimenti a Israele e una pacca sulla spalla ad Abbas. E’ tristemente comico ascoltare Bush esprimersi in termini negativi su persone uccise, scagliate ai quattro venti e mascherate da miliziani! Sembrava proprio come se Pietre Botha (l’allora primo ministro del Sud Africa) se ne uscisse congratulandosi nel 1980 con gli abitanti dello Zimbabwe per la loro liberazione dal regime razzista. Ad ogni modo, Bush ha ribadito la sua posizione in favore di uno stato palestinese. E’ dal 1999, durante Arafat, che ogni anno ascoltiamo una promessa di riconoscimento e che, da quando Abbas è andato al potere, appare meno carica di ottimismo e speranza. In entrambe le circostanze i palestinesi hanno applaudito. Tuttavia i nostri presidenti non ci hanno mai spiegato se in verità possiamo permetterci uno stato palestinese. Diamo una occhiata alla storia più recente. Nel gennaio dello scorso anno ci sono state le elezioni. Hamas ha vinto. I finanziamenti sono stati bloccati. Gli impiegati non hanno percepito lo stipendio per 16 mesi. Hamas non se ne è occupato. Fatah poteva occuparsene anche meno. Questa crisi che ci dimostra? Primo, abbiamo un “paese” con una economia che non può sostenere la spesa corrente del governo. In breve, siamo (penso) la sola entità politica sulla faccia della terra che elemosina persino i salari per i propri impiegati. La metà del nostro PIL è rappresentata da aiuti stranieri, la metà della metà rimanente proviene dalle rimesse e meno di un quarto è effettivamente prodotto all’interno della Palestina. Se ora diventassimo uno stato, smetteremmo di essere una questione urgente agli occhi del mondo. Smetteremmo di ricevere gli aiuti internazionali. Se tutto va bene e con un po’ di fortuna tra 50 anni avremo una economia somigliante all’attuale economia dell’Afghanistan. Il partito di governo non è stato in grado di assumersi la responsabilità di questa crisi, l’opposizione non ha fatto nulla. Abbiamo partiti politici incapaci di rappresentare chicchessia. In effetti, questi partiti, malgrado la loro ampia e storica base popolare, sono delle semplici marionette nel gioco locale e internazionale. Così non abbiamo un sistema multi-partitico, ma in verità un sistema multi-stato. Se tutto va bene e con un po’ di fortuna fra 50 anni il nostro si trasformerà nell’attuale sistema politico libanese. Abbiamo più fazioni militari rispetto i nostri vicini. Un amico mi ha raccontato che la Croce Rossa ha dovuto negoziare con 19 differenti gruppi per assicurarsi l’uscita da Gaza. Ed erano naturalmente gruppi moderati disposti a negoziare. Bastano due tizi armati per dare vita a una brigata e terrorizzare i palestinesi, prima ancora che gli israeliani, e sotto la maschera del patriottismo noi siamo costretti ad acclamarli come angeli degli dei. Naturalmente non mi occorre menzionare il fatto che istituzioni come la polizia, il sistema giudiziario, l’assistenza sanitaria sono più inefficienti di quelle dell’ultimo paese sviluppato del mondo. Così Mr Abbas, quando salti fuori e ci dici: vi darò uno stato. Hai idea di ciò che farai il giorno dopo?
Pubblicato da theViewPoint.org a 5.28 0 commenti
venerdì 8 giugno 2007
Palestina: fatelo, che funziona!
Dal sito Oranges and Olives, post del 30 maggio 2007:
Così i docenti delle università e dei college britannici hanno votato a favore del boicottaggio. Il dibattito sul boicottaggio di Israele non è più quindi una prerogativa di quella che i sostenitori di Israele chiamano "sinistra radicale" e sta affermandosi giustamente nel filone principale. Mentre la discussione sul boicottaggio era in corso, un comitato d'indagine israeliano rivelava che i requisiti previsti per l'iscrizione alle facoltà di medicina nelle università israeliane servono unicamente per scoraggiare gli studenti arabo-israeliani dallo studiare in queste facoltà. I nuovi regolamenti proibiranno l'iscrizione alla facoltà di medicina ai minori di 20 anni, a meno che chi si iscrive non scelga di svolgere in contemporanea il servizio militare. Gli studenti arabi, che non prestano il servizio militare, iniziano l'università a 18 anni, mentre gli ebrei iniziano gli studi universitari solo dopo aver servito per almeno 2 anni nell'esercito, raggiungendo così il limite d'età richiesto. D'altro canto, gli israeliani stano dimostrando che il boicottaggio può portare a risultati positivi dal momento che 4 Università israeliane hanno richiesto al Ministro della Difesa israeliano di rivedere il divieto per gli studenti di Gaza di iscriversi alle Università nella West Bank. L'esercito israeliano, che vede problemi di sicurezza ovunque, sostiene che permettere agli studenti di muoversi da una parte all'altra del Paese sarebbe una minaccia alla sicurezza. Chiunque sia transitato per il passaggio di Erez che separa Gaza da Israele sa che questa è, a essere carini, un'affermazione ridicola. Ad ogni modo, con il boicottaggio in vista queste università hanno cercato di dare un segnale contro una delle tante politiche con le quali Israele opprime i palestinesi. Sebbene sia una prova che il boicottaggio alla fin fine può funzionare, è solo un piccolo passo nel viaggio di 10000000000 miglia per liberare Israele dalla sua natura fascista.
Pubblicato da theViewPoint.org a 5.37 0 commenti
martedì 22 maggio 2007
Palestina: Abbandoniamoli
Dal sito Oranges and Olives, post del 17 maggio 2007 di Ned, da Ramallah, West Bank:
Premessa: quanto scritto di seguito non vuole in alcun modo liberare Israele dalle proprie responsabilità per lo stato di miseria in cui giace il popolo palestinese. Per anni, i movimenti palestinesi hanno difeso la continua militarizzazione della società palestinese, sostenendo che è una pre-condizione indispensabile per portare avanti la battaglia per la liberazione (della Palestina, ndr). Ci hanno venduto l’idea che questa liberazione potrà essere conseguita solo con la lotta armata. Poi ci hanno imposto un atteggiamento mentale che glorifica i leader di questa lotta armata. Non sapevamo ancora quanto il potere possa corrompere le persone. Ben più importante, non avevamo ancora compreso il significato del proverbio arabo che recita “l’arma nelle mani di un vigliacco ferisce”. Ora ci siamo svegliati per vedere cosa realmente significhi. Hanno raggiunto il potere con le loro armi, e vogliono assicurarsi che sia solo roba loro. Vogliono assicurarsi di non dover spartire con nessun altro questo simulacro di potere che hanno racimolato, e i risultati sono chiari: sono i morti sulle strade di Gaza. Questa volta, i proiettili israeliani e palestinesi si sono uniti per versare il nostro sangue. Ora che i proiettili dei movimenti per la resistenza hanno ucciso più palestinesi di quanti ne abbiano liberati, non sarebbe forse opportuno che ci fermassimo un attimo a riflettere se abbiamo veramente bisogno di questo tipo di “resistenza”? Sembra sensato abbandonare tutto ciò che procura più danni che benefici e, a conti fatti, i benefici procurati dai gruppi armati (posto che ve ne siano) sono di gran lunga inferiori ai danni che ci hanno procurato. Probabilmente è giunto il momento di riconoscere che fino ad ora siamo stati ingannati dai sostenitori della necessità della lotta armata. Capisco che la lotta armata è solo una delle componenti naturali della serie di strategie che un popolo oppresso escogita per combattere l’oppressione. In alcune situazioni diventa una necessità ed in altre oltrepassa il suo scopo. Nel nostro caso, siamo stati indotti a sopravvalutare questa particolare strategia, tralasciando tutte le altre possibili. Siamo giunti a scartare queste altre possibilità come se neppure esistessero. È giunto il momento di unire le nostre forze per porre un freno a questa ridicola situazione che abbiamo raggiunto. Dobbiamo essere chiari e chiedere che depongano le loro armi. Per 60 anni ci hanno trascinati dal male al peggio, è giunto il momento che ci alziamo in piedi contro la loro modalità di gestione del conflitto e che sosteniamo con forza un nuovo approccio, basato su di un’analisi razionale della situazione. I gruppi armati, è evidente, non sono in condizione di sconfiggere Israele. La propaganda che hanno provato a venderci alla vigilia del ritiro (di Israele, ndr) da Gaza non è appunto altro che propaganda. Israele si è ritirata solo perché era la soluzione più agevole, e vide nel ritiro una grande mossa pubblicitaria. Il trattato di Oslo non è stato una vittoria, se qualcuno lo ritiene ancora tale, e anche questo non è stato imposto ad Israele con la lotta armata, ma al contrario è stato imposto ai palestinesi, e volentieri firmato dai nostri incompetenti leader. L’unica soluzione alla crisi attuale deve essere una scelta radicale da parte dell’Autorità Palestinese che, mostrando volontà politica e coraggio, deve esigere la demilitarizzazione di tutti i gruppi non legati alla sicurezza. Un tale provvedimento dovrebbe prevedere un periodo di transizione, nel quale tutti siano inviatati a deporre volontariamente le armi, dopodiché il possesso illegale di armi dovrebbe essere punito secondo le leggi in vigore. Senza un provvedimento così deciso (e improbabile) è probabile che continueremo a sprofondare in questa trappola, fino a quando una vera guerra civile infurierà per le strade di Gaza. Probabilmente nell’arco di un anno sentiremo parlare di uno Stato Islamico di Gaza imposto da Hamas! Dobbiamo manifestare, non solo contro le lotte interne ma anche contro il possesso delle armi, se necessario anche contro quelli che pretendono di difenderci, perché i fatti mostrano che ci stanno ammazzando. Dobbiamo dirglielo chiaramente: deponete le vostre armi.
Pubblicato da theViewPoint.org a 6.49 0 commenti
venerdì 30 marzo 2007
Palestina: Land Day
Dal sito Oranges and Olives, post del 30 marzo 2007:
Il post prosegue con commenti e altre notizie; chi vuole leggerlo per intero può cliccare qui."Oggi ricorre il Land Day. 31 anni fa, i cittadini palestinesi in Israele si radunarono in massa per protestare contro la confisca delle loro terre da parte dello stato d'Israele. In quel giorno, 21.000 dunum di terra (il dunum è un'unità di misura, ndr) furono confiscati agli arabi per consegnarli allo stato d'Israele, per la costruzione di zone industriali e villaggi, in uno dei tentativi dello stato di spostare l'ago della bilancia demografica in Galilea. Sebbene sia illegale in ogni democrazia usare l'esercito contro i cittadini (esclusi i casi di sicurezza nazionale), l'esercito israeliano entrò nelle città arabe d'Israele e uccise 4 dimostranti. Altri due furono uccisi dalla polizia. Da quel giorno nel 1976, il 30 Marzo è diventato il Land Day, ed è celebrato dai palestinesi in Israele, nella west Bank e a Gaza, e all'estero. [...]"
Pubblicato da theViewPoint.org a 23.00 0 commenti
venerdì 23 marzo 2007
Israele: stop all'uso dei civili come scudi umani
Dal sito Human Rights Watch del 16 marzo 2007:
L'esercito israeliano deve smettere immeditamente di mettere a repentaglio la vita di civili palestinesi costringendoli a partecipare ad operazioni militari, ha dichiarato l'organizzazione Human Rights Watch oggi. Nel corso di recenti operazioni militari nella Città Vecchia di Nablus, soldati israeliani hanno costretto con le armi almeno tre palestinesi, due dei quali bambini, a partecipare alla ricerca di sospetti all'interno di alcune abitazioni. Le leggi umanitarie internazionali proibisocono alle parti in conflitto di usare civili come scudi umani nel corso di operazioni militari. [...] Secondo alcune testimonianze raccolte dall'organizzazione umanitaria israeliana B'Tselem, il 25 febbraio scorso, il primo giorno dell'operazione militare israeliana nella Città Vecchia di Nablus, soldati dell'esercito israeliano hanno costretto con le armi due cugini, Amid and Samah Amirah, di 15 e 24 anni, a camminare davanti a loro mentre pattugliavano alcune case. Amid racconta come l'Israel Defense Forces (IDF) lo utilizzò per entrare in casa sua, credendo che lì fossero rifugiati dei sospetti (come si deduce dal fatto che i soldatati spararono alcuni colpi durante la perlustrazione): "Mi puntarono contro le armi. Uno di loro mi spinse dentro casa. Io entrai, e poi entrarono i soldati. Mi spinsero in un angolo della stanza, e poi spararono alcuni colpi. Spararono 5 o 6 colpi in casa. Poi mi fecero avanzare nella stanze, e loro entravano dopo di me." I soldati costrinsero anche Samah, cugino di Amid, ad entrare in tutte le stanze di un'altra casa, sparando poi alcuni colpi nelle stanze. Questa scena è stata ripresa da un cameraman dell'AP. Tre giorni dopo, il 28 di Febbraio, alcuni soldati israeliani hanno obbligato una ragazzina undicenne, Jihan Tadush, ad accompagnarli nella perlustrazione di una casa nel quartiere Yasmina, dove vive. Così la bambina descrive l'accaduto: "Il soldato mi ha ordinato di dirigermi verso la casa. Tre soldati mi seguivano. Arrivati alla casa, c'erano molti soldati. Il soldato mi ha ordinato di entrare. I soldati venivano dietro di me. La casa era buia, e i soldati facevano luce con le torce. C'erano alcune stanze chiuse a chiave e la cucina. Il soldato mi ha domandato dove fossimo, ed io ho risposto che eravamo in una cucina. Mi ha domandato dove fossero le scale per salire sul tetto. L'ho mostrato loro, ed i soldati sono saliti sul tetto e poi ridiscesi". Jihan racconta anche cosa ha provato dopo il fatto: "Tremavo di paura. Avevo paura che mi uccidessero o che mi portassero in prigione. L'unica cosa che volevo fare era dormire. Avevo paura che i soldati tornassero e mi prendessero." Jihan ha anche fornito un video, disponibile su YouTube, dove descrive la sua esperienza. [...] L'articolo 51 della Quarta Convenzione di Ginevra proibisce l'uso di civili nelle operazioni militari, un principio base della legge di guerra che è assoluto e non ammette deroghe. La Convenzione proibisce inoltre l'esercizio di "coercizione morale o fisica contro soggetti protetti" (art. 31) e impone che i civili siano protetti "in particolar modo da tutti gli atti o minacce di violenza" (art. 27). L'articolo 51 del Protocollo aggiuntivo n. 1 stabilisce che le parti in conflitto non possono dirigere "il movimento della popolazione civile o di singoli individui per creare uno scudo a obiettivi miltari o a operazioni militari". Human Rights Watch chiede che l'esercito israeliano avvii immediatamente un indagine sui recenti fatti dell'IDF nella Città Vecchia di Nablus, che persegua e punisca chiunque sia responsabile dell'uso di civili come scudi umani nel corso delle operazioni militari, e che i comandi militari comunichino in modo chiaro ed inequivocabile che pratiche simili non saranno tollerate.
Pubblicato da theViewPoint.org a 22.59 0 commenti
lunedì 19 marzo 2007
Palestina: 11mo governo
Dal sito "Oranges and Olives", post del 18 marzo 2007.
Signore e signori, un benvenuto all'undicesimo governo palestinese! Vi siete mai soffermati a pensare cosa abbiano in comune la Palestina, Israele e l'Italia? Abbiamo più nuovi governi, e più frequentemente che in qualsiasi altra parte del mondo!
Pubblicato da theViewPoint.org a 22.56 0 commenti
Etichette: Palestina




L'esercito israeliano deve smettere immeditamente di mettere a repentaglio la vita di civili palestinesi costringendoli a partecipare ad operazioni militari, ha dichiarato l'organizzazione Human Rights Watch oggi.
Nel corso di recenti operazioni militari nella Città Vecchia di Nablus, soldati israeliani hanno costretto con le armi almeno tre palestinesi, due dei quali bambini, a partecipare alla ricerca di sospetti all'interno di alcune abitazioni.
Le leggi umanitarie internazionali proibisocono alle parti in conflitto di usare civili come scudi umani nel corso di operazioni militari.
[...]
Secondo alcune testimonianze raccolte dall'organizzazione umanitaria israeliana
Signore e signori, un benvenuto all'undicesimo governo palestinese!
Vi siete mai soffermati a pensare cosa abbiano in comune la Palestina, Israele e l'Italia? Abbiamo più nuovi governi, e più frequentemente che in qualsiasi altra parte del mondo!