martedì 27 novembre 2007

Palestina: Mi porti una Coca, per favore?

© Oranges and Olives

Quando viaggiamo, chiediamo ad amici e parenti se gli piacerebbe avere portato qualcosa dall’estero. In genere le loro richieste riguardano cose che non possono trovare nel proprio paese o note specialità degli altri paesi.

Un nostro collega, che lavora per una agenzia delle Nazioni Unite, è riuscito ad ottenere un permesso per lasciare Gaza e venire a Ramallah. Le storie che racconta trattano tutte di una situazione orribile in cui gli standard di vita e la sicurezza personale si stanno deteriorando a livelli per noi inimmaginabili, nonostante viviamo nello stesso paese.

Potrei non essere molto interessato alla carenza di sigarette, o sul fatto che, in un territorio il cui PIL pro capite è meno del 5% di quello inglese, un pacchetto costa quanto in G.B. Ciò che in effetti mi ha intristito è stata la richiesta che il figlio gli ha fatto: “Papà portarmi una coca cola!”

In un territorio in cui tutti gli approvvigionamenti che entrano sono controllati dall’esercito israeliano, la maggior parte dei beni di prima necessità non sono disponibili, a causa della loro scarsità e della forte impennata dei prezzi.

Queste strategie erano diffuse nelle guerre medievali, nella nostra storia contemporanea sono state messe in atto dagli USA contro l’Iraq, e sono esercitate su altri paesi come Cuba. Per quanto siano trascorsi 700 anni, da quando questo tipo di strategia militare era prevalente, non sarebbe corretto credere che, in questi 700 anni, il nostro codice etico si sia sviluppato in modo da non giustificare tali mezzi? Una richiesta come quella del ragazzo è un indicatore del fatto che chiaramente a Gaza c’è qualcosa di sbagliato. Si stanno affamando due milioni di persone.

Questo sembra in ogni caso l’azione di uno stato canaglia? Per alcune persone sensate, chiaramente lo è.
When we travel, we ask our friends and family if they would like to have anything from abroad. Usually, their requests are for things that you can't find in their country or things that are known to be a specialty of other countries.

A colleague of ours, working with a UN agency, managed to get a permit to leave Gaza to Ramallah. The stories he tells are all of a horrid situation where living standards and personal safety are deteriorating to extents that we cannot imagine, despite living in the same country.

I might not have been very interested in the lack of cigarettes, or the fact that a packet is now as expensive as in the UK, in a territory whose per capita GNP is less than 5% of the UK. What really made me sad, was a request that his son asked from him: "can you bring me a cola, dad!"

In a territory where all supplies coming in are controlled by the Israeli Army, most of the essentials are not available, causing severe hike in prices and a lack of all essentials.

Such tactics were prevalent in medieval warfare, in our contemporary history they were used in by the US against Iraq, and are applied to other countries such as Cuba. Since 700 years have passed since this type of war tactic was dominating military action, is it not right to assume that through these 700 years, our ethical code has been developed so as not to justify such means? A request like that boy's is an indicator that something is clearly wrong in Gaza. Two million people are being starved.

Does this sound in anyway like an action of a rogue state? To any sane person, it clearly is.

venerdì 9 novembre 2007

Storie di straordinaria rinascita

Per gentile concessione della Fondazione Pangea.


Grazie al progetto Sharma molte donne acquisiscono indipendenza economica e rispetto sociale
Di Claudia Signoretti, Assistente Progetti.


Balika Basnet vive a Dang, un distretto molto povero nelle pianure del Terai, nel Nepal meridionale. Sposatasi all’età di 15 anni, Balika si ritrovò ben presto con tre figli e un marito molto più dedito all’alcool e al gioco d’azzardo che alla famiglia. Impegnata a provvedere da sola alla famiglia e al duro lavoro nei campi, la sera era costretta a subire le prepotenze e, spesso, l’ira violenta del marito ubriaco che la picchiava senza motivo.
Balika trascorreva così le sue giornate per mesi, anzi per anni, fin quando, venuta a sapere che era stato aperto un Centro Donna proprio nel suo distretto, andò a incontrare Tulasa, la responsabile, alla quale raccontò la sua storia e i suoi problemi. Tulasa le propose di inserirsi in un gruppo di risparmio e così Balika iniziò, con grande entusiasmo, a partecipare a tutte le attività svolte nel Centro Donna. Dimostrando buone capacità nella gestione dei risparmi all’interno del gruppo, Balika ottenne dal Centro stesso un prestito di 20.000 rupie nepalesi (poco più di 200 euro) per avviare una propria attività di allevamento di bufali.
In breve tempo tale attività cominciò a produrre buoni guadagni, con i quali Balika non solo ha potuto restituire il prestito nei tempi prefissati, ma ha anche iniziato a mettere da parte qualche risparmio per la propria famiglia. Il successo di Balika ha innescato un’enorme trasformazione anche nel marito, che non solo ha smesso di bere e di giocare d’azzardo, ma ha iniziato a prendersi cura della famiglia e a dedicarsi a lavori socialmente utili nel proprio villaggio. Incoraggia la moglie a partecipare alle attività del Centro ed è diventato convinto sostenitore dell’importanza di una partecipazione attiva delle donne all’interno della comunità.

Sita Adhikari ha 35 anni ed è la quinta moglie di un uomo che ha esattamente il doppio della sua età. Anche lei, come Balika, aveva un marito alcolizzato e violento. Per mantenere la famiglia, Sita aveva venduto tutti i gioielli che le erano stati regalati dai genitori per le nozze e con il ricavato aveva aperto un negozietto per la vendita di generi alimentari. Ma la disonestà di un abitante del villaggio, che acquistò da lei un sacco di riso a credito, con l’impegno disatteso di pagarlo il giorno successivo, fece immediatamente fallire l’attività appena intrapresa.
Presso il Centro Donna anche Sita ha potuto contare sull’appoggio di altre coetanee dal vissuto simile al suo e, ricevuto un microcredito, ha potuto ritentare un’attività commerciale, aprendo un piccolo negozio di tè. Ora dichiara con orgoglio (e con grande riconoscenza verso le amiche del Centro che l’hanno aiutata) di essere riuscita finalmente a realizzare i suoi sogni: garantire un’istruzione a entrambi i figli e godere del supporto e della stima del marito, che ora l’aiuta sia nelle faccende domestiche che nel lavoro del negozio.
Il fattore economico, unito all’amicizia e alla solidarietà delle altre donne e agli incontri formativi offerti dal Centro non solo hanno aiutato sia Balika che Sita a ritrovare sicurezza in sé stesse e nelle proprie capacità, ma hanno cambiato radicalmente le loro vite: le due donne hanno imparato a gestire efficientemente i propri guadagni e risparmi, hanno migliorato i rapporti con la propria comunità, hanno conquistato la stima e la fiducia dei propri mariti e famiglie.

Le vicende di Balika e Sita sono due delle tante storie di ordinaria povertà ma anche di straordinaria rinascita delle donne coinvolte nel progetto Sharma, che Fondazione Pangea sta realizzando in collaborazione con la nepalese Women Foundation in cinque distretti nel sud del Nepal.
Il progetto ha permesso l’apertura di cinque Centri Donna, luoghi di aggregazione e socializzazione. Per ogni Centro sono state selezionate tre responsabili che vengono formate sulla gestione delle varie attività. Al termine di questa formazione, che prevede corsi di contabilità, gestione del microcredito, "genere e sviluppo", nonché consulenza psicologica e legale, le responsabili tornano nei propri distretti per essere, a loro volta, formatrici e trasmettere alle altre donne quanto hanno appreso.
Sotto la guida delle responsabili, presso i Centri si organizzano incontri di sensibilizzazione e informazione per la comunità su varie tematiche tra cui i diritti umani, la violenza domestica, i diritti legali, il traffico di donne e di minori, la recente guerra civile e il processo di pace. Inoltre si offre supporto psicologico e consulenza legale, mediazione familiare e all’interno della comunità, per le donne vittime di soprusi e violenza. Infine si tengono corsi di alfabetizzazione e di formazione professionale per rendere le donne in grado di svolgere un’attività autonoma, anche con la concessione di microcrediti per favorire il raggiungimento dell’indipendenza economica.
Ogni Centro è frequentato da un minimo di 100 a un massimo di 500 donne che, come Balika e Sita, hanno deciso di prendere in mano le redini della propria vita e cambiare il proprio destino. Donne coraggiose i cui sforzi e i cui successi restano solitamente in un anonimo silenzio.
Purtroppo è difficile contenere in queste poche righe le emozioni e la formidabile energia di queste donne, raccontare, senza correre il rischio di banalizzarle, le loro storie e la loro ferrea determinazione, cogliere come il percorso offerto dai Centri Donna sia stato un momento importante e decisivo per la loro vita. Tale cammino assume ancor più rilevanza se si pensa che s’inserisce nel contesto di una società fortemente patriarcale, in cui l’identità della donna si forgia secondo il ruolo che essa ricopre in relazione all’uomo - quello di figlia, moglie, madre - e in cui la cittadinanza si può acquisire solo a partire dai 16 anni. Ma deve essere un uomo a chiederla per conto della donna!