domenica 27 aprile 2008

Cavalieri agli antipodi

di Valeria Gentile

Nella prima fotografia, di Gordon Wiltsie, dei mandriani guidano i cavalli per il ritorno a Darhad Valley, in Mongolia, dopo lo svernamento nell'altro lato delle montagne, a più di tremila metri di altezza. Queste popolazioni hanno vissuto spostandosi tra le montagne per generazioni, ma il governo si sta impegnando per trasferire le popolazioni nomadi in centri urbani più stabili. Questo, purtroppo, significherà la fine di questi viaggi che si ripetono due volte all'anno. E' davvero un peccato che tutto questo si perda, e che si perda il piacere dell'uomo nell'ammirare quei colori, ascoltare quei suoni, sentire quei profumi, nella natura. Qualcosa che noi "occidentali civilizzati" abbiamo già perso da tempo. Nella seconda fotografia, invece, di William Albert Allard, un uomo si esibisce in un rodeo, completando il giro di introduzione in un'arena di fango a Tucson, in Arizona. Il Rodeo è l'evoluzione delle più pericolose tecniche degli antichi cowboy, che le usavano per domare i cavalli e catturare o marchiare i bovini. Durante questi spettacoli si cavalca in piedi sulla sella, al contrario, in gruppo, si prendono alla fune tori e vitelli. Uno dei tanti modi in cui l'uomo "gioca" con gli animali e con la storia, unendo allo spettacolo e all'esibizione il ricordo di ciò che si è stati in passato.

giovedì 20 dicembre 2007

Libri: Sebastiao Salgado, Africa

Un omaggio alla gente e alla natura dell’Africa

Sebastião Salgado è uno dei più rispettati fotoreporter che lavorano oggi. La sua fama è stata guadagnata in decenni di impegno ed efficaci immagini in bianco e nero di individui diseredati e indigenti, immagini catturate in luoghi dove molti nemmeno oserebbero recarsi. Sebbene egli abbia fotografato tutto il Sudamerica e molti altri luoghi del pianeta, il suo lavoro è incentrato soprattutto sull’Africa, dove ha girato più di 40 reportage in 30 anni. Dalle tribù Dinka in Sudan e le Himba in Namibia, ai gorilla e ai vulcani nella regione dei laghi, ai profughi in ogni parte del continente, Salgado ci mostra tutte le sfaccettature della vita africana oggi. Sia che stia documentando sui rifugiati o su paesaggi sterminati, Salgado sa esattamente come cogliere l’essenza di un istante, in modo che chiunque guardi le sue immagini ne sia involontariamente attratto. Le sue immagini ci insegnano con abilità quali sono gli effetti della guerra, della povertà, della malattia, e delle condizioni climatiche ostili.
Questo libro raccoglie le foto di Salgado in tre parti. La prima è incentrata sulla zona più a sud del continente (Mozambico, Malawi, Angola, Zimbabwe, Sud Africa, Namibia), la seconda sulla zona dei Grandi Laghi (Congo, Rwanda, Burundi, Uganda, Tanzania, Kenya), la terza sulla regione sub-sahariana (Burkina Faso, Mali, Sudan, Somalia, Ciad, Mauritania, Senegal, Etiopia). I testi sono forniti dalla celebre romanziera mozambicana Mia Couto, che descrive come l’Africa di oggi rifletta gli effetti della colonizzazione così come le conseguenze delle crisi economiche, sociali e ambientali.

Info: Taschen Books
An homage to Africa's people and wildlife

Sebastião Salgado is one the most respected photojournalists working today, his reputation forged by decades of dedication and powerful black-and-white images of dispossessed and distressed people taken in places where most wouldn’t dare to go. Although he has photographed throughout South America and around the globe, his work most heavily concentrates on Africa, where he has shot more than 40 reportage works over a period of 30 years. From the Dinka tribes in Sudan and the Himba in Namibia to gorillas and volcanoes in the lakes region to displaced peoples throughout the continent, Salgado shows us all facets of African life today. Whether he’s documenting refugees or vast landscapes, Salgado knows exactly how to grab the essence of a moment so that when one sees his images one is involuntarily drawn into them. His images artfully teach us the disastrous effects of war, poverty, disease, and hostile climatic conditions.

This book brings together Salgado’s photos of Africa in three parts. The first concentrates on the southern part of the continent (Mozambique, Malawi, Angola, Zimbabwe, South Africa, Namibia), the second on the Great Lakes region (Congo, Rwanda, Burundi, Uganda, Tanzania, Kenya), and the third on the Sub-Saharan region (Burkina Faso, Mali, Sudan, Somalia, Chad, Mauritania, Senegal, Ethiopia). Texts are provided by renowned Mozambique novelist Mia Couto, who describes how today’s Africa reflects the effects of colonization as well as the consequences of economic, social, and environmental crises.

Info: Taschen Books

domenica 9 dicembre 2007

Infanzia e religione agli antipodi

di Valeria Gentile

Steve McCurry e James Stanfield ci mostrano il lato innocente della religione, cioè gli oneri di cui i bambini si fanno inconsapevolmente carico in nome della fede della loro comunità. Il primo ci porta - con una fotografia straordinaria - in India, a Benares, una città dell'Uttar Pradesh. Questa città, che sorge sul Gange, è sacra ai fedeli all'Induismo, che vi si lavano, vi muoiono, vi lasciano le proprie ceneri. Eppure questi bambini hanno gli occhi di chi cerca di guadagnarsi da vivere: di chi sta vendendo. Già, vendono fiori e candele da far galleggiare ritualmente sull'acqua del fiume sacro, e la bellezza della loro posa riflette l'incoerenza e le contraddizioni di questo semi-continente che è l'India: uno dei luoghi più spirituali, sacri e religiosi al mondo, non può fare a meno di vendersi l'anima, persino dove questa è intenzionata all'eterza salvezza. Ecco che spetta ai bambini, quindi, svolgere questo compito così moralmente basso e, nello stesso tempo, così utile per chi, invece, vuole innalzarsi - illuminando il percorso rituale con le candele comprate a loro. Il secondo invece ci lascia una grandiosa fotografia scattata nella Giornata Nazionale di Muscat, una delle città più antiche del Medioriente e capitale dell'Oman. Anche qui, durante le celebrazioni del 18 Novembre, i bambini sono il fulcro della trasmissione della fede, in questo caso musulmana. Gli sguardi e le pose trasmettono una forte consapevolezza di solennità e allo stesso tempo: quello che può essere frainteso come un noioso onere affidato dagli adulti della comunità, rappresenta in realtà un motivo di orgoglio per questi bambini concentrati sul loro rito, scelti tra i migliori della loro età. L'Islam è la religione ufficiale dello Stato, e sebbene esistano minoranze indù e cristiane, il 75% della popolazione omaniana è l'unica a conservare la fede Ibadita, una variante dell'Islam che si contrappone al suo "razzismo": gli ibaditi ritengono che il comando della comunità spetti a chiunque si distingua per dignità religiosa, indipendentemente dalla sua parentela, dalla sua appartenenza etnica, dal colore della sua pelle.

mercoledì 28 novembre 2007

India, fotoreportage dal Govandi slums

© Mohamed Somji

Sto per partire per il Kashmir, Mumbai e Calcutta, con una ONG statunitense che visiterà i propri orfanatrofi e le proprie scuole. La cosa mi entusiasma, e spero di ricavarne delle belle immagini per il blog.
Mi hanno già avvisato che l'accesso a Internet, in molte zone, è alquanto difficile ed è quindi probabile che mi connetterò solo sporadicamente.
I am traveling to Kashmir, Mumbai and Calcutta to accompany a US based NGO who are visiting their orphanages and schools. I'm really looking forward to it and hope to feature many images on the blog from the trip.
I've been told Internet access in some of these areas is few and far between so will probably be posting very infrequently.
Non è facile restare indifferenti a ciò che si vede camminando per i vicoli di Govandi, quartiere povero di Mumbai. E' tutto di fronte ai tuoi occhi: sporcizia, cani con la rabbia (probabilmente), mucche, resti umani, immondizia, bambini e adulti che defecano lungo la strada. Ci sono pochi, veramente pochi bagni pubblici, e questi non sono neppure tenuti decentemente; così la periferia, ma in realtà tutto il quartiere è un'immensa toilet. Non ci sono strutture sanitarie, così potete immaginare le condizioni del posto. A volte penso che Mumbai sia un miracolo - per una città così massicciamente esposta a catastrofi naturali o generate dall'uomo, ... beh, è un miracolo che la città funzioni e si regga in piedi.
Ecco alcuni fatti su cui riflettere: Più della metà della popolazione di Mumbai vive in baracche, poco meno di 7 milioni di persone; il 28% di chi vive in queste baracche defeca all'aperto. In una baraccopoli, la grandezza media di una casa è di 4,5 piedi quadrati, e la metà degli abitanti vive in meno di 100 piedi quadrati. Vale a dire in meno spazio di un bagno di una casa occidentale.

E poi vedi la gioia e la speranza negli occhi di questo bimbo, che si stava godendo una doccia improvvisata; ha notato che lo stavo fotografando ed era orgoglioso di essere al centro della mia attenzione, ed è scappato sorridendo...
It's not easy to feign indifference when walking through the Govandi slums in Mumbai. You see it all: dirty, probably rabid dogs, cows, human remains, trash, kids and adults defecating right outside. There are very, very few community bathrooms that are not maintained well so the periphery and even the inside of the slums doubles as a big toilet. There are no sanitation facilities so you can imagine the state of the place. Sometimes I think that Mumbai is a miracle - for a city that is so nakedly exposed to mass disasters: both man-made and natural, that it is a miracle for this city to function and sustain itself.

Here are some facts that will give you something to think about: - More than half (55%) of Mumbai's population lives in slums - just under 7 million - 28% of slum dwellers defecate in the open - The average household size in a slum is 4.5 and half of all households live in an area comprising under 100 square feet. That's probably less than the size of an average bathroom in the West.

And then you see glimpses of joy and hope like this little boy who was so happy and overjoyed to be taking a shower and once he noticed I was photographing, he loved the attention and kept smiling away...
Ho scattato questa foto sempre nella stesso quartiere, Govandi, ad un ragazzo interrogato a scuola. Dà coraggio vedere che, anche in queste situazioni disperate, l'istruzione sia considerata molto seriamente, nonostante ci siano molti altri bambini che non hanno la possibilità di studiare.
Questa scuola è stata aperta con l'aiuto di associazioni di carità e di ONG, una delle quali è la Comfort Aid International che affianco in questo viaggio. E' un organizzazione che si occupa principalmente di orfanatrofi e scuole e, sebbene sia un'associazione religiosa, impartiscono un'istruzione "laica", da loro considerata come la strada principale per uscire dalla povertà.
Il tasso di alfabetizzazione in India oggi è del 61% circa, un bel passo avanti rispetto al 15% all'epoca dell'indipendenza; un'altra devastante eredità del colonialismo britannico in India.
A boy responds to a question from his teacher in a school in the same slum from the last post, Govandi. I was very encouraged to see that amongst the desperate situation that they take education seriously although there are a lot more kids with no access to schooling.
This school is funded with the help of charitable organisations and NGOs, one of which is Comfort Aid International that I am accompanying during this trip. Their main area of focus is schools and orphanages and although it is a faith based organisation, the emphasis is always on secular education as this is their most practical route out of poverty.
The literacy rate in India today is around 61% which is a vast improvement of around 15% at the time of independence; another devastating legacy of the British Raj in India.
Questa è una delle case di Govandi, una baraccopoli di Mumbai che si contende con Dharavi, un'altra baraccopoli, il titolo di più grande baraccopoli dell'Asia (e probabilmente del mondo). Non ho mai, mai visto tanta povertà e squallore come in questa baraccopoli, e l'unica cosa che mi ha dato un po' di consolazione è stato questo bambino innocente che trasmetteva una gioia spensierata a un'ingenua ambiguità sulla sua condizione. Ovviamente, non conoscono realtà diverse (e migliori) e sono contenti di sguazzare nelle pozzanghere sporche e di correre in giro nudi e scalzi.

Questo bambino si chiama Mohamed Ali e vive in quella stanza con i suoi cinque fratelli ed i genitori. Producono le ghirlande che si vedono nella foto. Vi lavora tutta la famiglia, ed in un giorno guadagnano 60 rupie. Vale a dire, un dollaro e venticinque centesimi, che deve bastare per sfamare tutti. Comunque, il bimbo ha continuato a sorriderci, inconsapevole delle difficoltà che dovrà affrontare in un futuro non troppo lontano. Spero che continui a sorridere.

L'ONG che sto accompagnando in questo viaggio ha contribuito a migliorare la situazione delle abitazioni, e inoltre provvede all'istruzione di pochi bambini fortunati.
This is a house in Govandi - a slum area in Mumbai that is competing with Dharavi, another slum area for the title of the largest slum in Asia (and probably the world). I have never, ever seen poverty and squalor as I did in these slums and the only redeeming thing was the innocent children who exuded carefree happiness and a naive ambiguity about the state of affiars that they seem to be in. The obviously know no better and they are happy playing in the dirt pools and running around barefeet and naked.

This boy's name is Mohamed Ali and he lives in that room with is five siblings and parents. The garlands on the top right of the picture is what they produce. The whole family chips in and after a full day of work, they make 60 rupees for them. That's a dollar and twenty five cents and that is supposed to feed the whole family. However, the little boy just kept smiling at us unawares of the struggles he will have to undertake in the not so distant future. I hope he keeps smiling..

The NGO that I am acompanying has contributed towards better housing which you can see in the picture within the slums and also provide for schooling for a lucky few.

lunedì 19 novembre 2007

Altri occhi: Paesaggi agli antipodi

Di Valeria Gentile.


Chris Johns e Winfield Parks ci offrono un toccante confronto di paesaggi naturali in cui l'uomo è riuscito a stabilirsi, con più o meno evidenti difficoltà di percorso. Il primo ci mostra un Sudafrica color ocra rossa, attraverso una foto dove la potenza del deserto Kalahari occupa più di 1/7 dell'intera immagine: il cielo appare soffocato da questa immensa presenza.
La difficile sopravvivenza in un clima così avverso a qualsiasi forma di vita è constatabile dalla scarsa presenza umana; tuttavia questo panorama apparentemente vuoto è pieno di indizi per la localizzazione di potenziali prede per i tre cacciatori visibili nella parte sinistra, che sanno leggere il deserto come fosse un libro: basta loro studiare un'impronta di animale per determinarne la specie, il sesso e l'età. E per stimare da quanto tempo quell'animale è passato di là, usano la loro conoscenza del tempo necessario alle termiti per riparare il loro nido, o ad un ragno per ricostruire la sua ragnatela. O ad un filo d'erba per tornare in posizione verticale.


Il secondo invece ci porta a Buenos Aires, in Argentina, dove la gente si diverte a fare il bagno nel Rio de la Plata, un estuario dei fiumi Paranà ed Uruguay. Queste acque rappresentano la frontiera tra l'Argentina e, appunto, l'Uruguay. Il vantaggio insito nel vivere accanto a questi fiumi è la riprova del fatto che l'acqua è l'elemento fondamentale per la vita, come testimoniano le prime civiltà della Mesopotamia.
La lucentezza di queste acque che riflettono i raggi del sole rende l'immagine ricca di vita: in un certo senso la vivacità nel movimento di onde e corpi supera la staticità tipica della fotografia. Ma mentre i corpi rossastri dei cacciatori nella foto di Johns si intona benissimo con l'ocra della sabbia e si confondono in essa, le scure figure di questi bagnanti si stagliano prepotentemente sullo sfondo chiaro del fiume. Da qui la riflessione sulla densità di popolazione, proporzionale alle possibilità di sopravvivenza.

giovedì 11 ottobre 2007

La selezione delle fotografie in un foto reportage

“Nelle tre settimane trascorse nelle Falklands, nel South Georgia e nella Penisola Antartica, ho scattato 7.024 fotografie per un totale di 182 Gigabytes. […] Di tutte queste, 92 sono degne di essere stampate, e una dozzina potrebbero essere utilizzate per una mostra od un portfolio. Tre di queste sono tra i miei migliori scatti in assoluto.”

Chi scrive è il fotografo Michael H. Reichmann, autore del sito “The Luminous Landscape” , che riferisce della spedizione fotografica in Antartico da lui guidata nel febbraio 2007.

Nell’articolo si trovano altre considerazioni degne di attenzione, ma mi interessa soffermarmi sui numeri sopra riportati:
  • 7.024 fotografie scattate
  • 92 degne di essere stampate (1,3% del totale)
  • 12 valide per un’esposizione (0,3%!)
  • 3 tra le migliori in assoluto (0,0!)

Posto che Michael H. Reichmann conosce il mestiere, questi numeri la dicono lunga sulla severità del processo di selezione cui un professionista sottopone le proprie fotografie.
“Over a three week period in the Falklands, South Georgia and the Antarctic Peninsula I shot 7,024 frames totaling 182 Gigabytes. […] I ended up with some 92 frames which I consider worth printing, and a dozen which are portfolio / exhibition grade. Three of these are among the best work which I feel that I have ever done.”

The author of these few lines is Michael H. Reichmann, manager of the web site “the luminous landscape”, telling of the photographic expedition he led in the Antarctic Area in February 2007.

There are other interesting considerations in his feature, but I’d like to focus on the above-cited figures:
  • 7,024 shots
  • 92 frames worth printing (1.3% of the total)
  • 12 frames “exhibition grade” (0.3%!)
  • 3 among the best shot ever taken (0.0!)

As Michael H. Reichmann sure knows his works, these figures say a lot about the strictness of the process of “photo selection” of a professional photographer.

venerdì 13 luglio 2007

Brasile: la fine del Prestes Maia

© testo e foto Tatiana Cardeal (sito web: Brazil Social Photography; Flickr: Fotografie di Tatiana Cardeal).

Gli uccelli sono volati via La fine dell'occupazione del Prestes Maia. Foto di Tatiana Cardeal L'occupazione del Prestes Maia si è oramai conclusa, con lo sgombero di tutte le famiglie. E' durata in tutto quasi 5 anni. Nel fotografare l'entrata principale dell'edificio, ora chiusa con mattoni e cemento, ho provato un mix di sentimenti contrastanti. Se, da una parte, vi sono stati degli sviluppi e delle conquiste importanti nel dibattito e nel processo per l'edilizia popolare, ed è stata portata l'attenzione sull'esclusione sociale causata dalla speculazione edilizia e dai preconcetti di classe, d'altro canto guardare questa porta sbarrata, con tutto ciò che rappresenta, mi rattrista un po'. E' come guardare un'enorme tomba di 22 piani, sigillata, senza vita, nel cuore della città.

venerdì 6 luglio 2007

Altri occhi: Lavoratrici agli antipodi

Dal blog "Altri occhi, i grandi reportage della storia", di Kindlerya.

Le donne al lavoro nelle società tradizionali hanno mantenuto in tutto il mondo una connotazione a tratti sublime, quasi sacro. Sono donne che si identificano esattamente con il proprio ruolo, e nello stesso tempo instaurano tra di loro un legame solenne, implicito ma fortissimo. In queste due fotografie, Edward Kim e Alexandra Avakian ci mostrano due piccole società femminili, dove il posto di lavoro coincide con la propria vita e soprattutto con la propria famiglia. Il primo ci porta in Giappone, a Chiyoda, durante il festival della piantagione del riso. E mentre dei musicisti fanno schioccare dei rami di bamboo ed altri li accompagnano con i tamburi, le donne piantano all'unisono, in una danza tradizionale. Tutte sono vestite in modo identico, nel tipico abito antico ed il copricapo che protegge dal sole, e sono perfettamente sincronizzate. All'aperto, con il sole, ammirate dagli spettatori. La seconda invece ritrae cinque sorelle iraniane mentre lavorano insieme nella tessitura di un tappeto. Questo succede spesso, tra le ragazze, dopo il quinto anno di scuola, mentre i loro fratelli continuano la loro istruzione anche oltre, e spesso in un altra città. Molte di loro lo fanno per guadagnare i soldi per il loro matrimonio, dato che per raggiungere la quota sufficente per la dote servono dai due ai cinque tappeti venduti. Nel loro lavoro sono completamente sole ed interamente coperte: anche loro vestite con abiti molto simili tra loro. La luce da fuori arriva giusto il tanto per poter vedere mentre si intesse, e l'unica direzione in cui possono rivolgere lo sguardo è l'enorme telaio tradizionale. Stanno con le gambe incrociate, sedute sulla parte apposita della struttura, e possono stare ore ed ore in quella posizione, per raggiungere il risultato migliore della giornata.

venerdì 15 giugno 2007

Altri occhi: viaggianti agli antipodi

Dal sito "Altri occhi", di Kindlerya.

Il viaggio a confronto, tra chi lo offre come servizio e chi lo affronta come può: Albert Moldvay e George Steinmetz offrono due punti di vista sul tema del trasporto in Africa. Il primo ci ha lasciato una fotografia di Antisrabe, nel Madagascar, che ritrae gli autisti dei risciò in attesa alla fermata. La scelta dell'angolazione assicura una prospettiva che esprime al meglio il lato umano di questi mezzi, che devono utilizzare la loro forza fisica per guadagnarsi da vivere. Grazie a loro le vie di Antisrabe pullulano di colori vivacissimi, sebbene questi particolari autisti guadagnino pochi penny anche per viaggi piuttosto lunghi, e vi sia un'aspra concorrenza tra di loro. Come si può notare dalla foto, infatti, essi aspettano come automi - quasi come fossero animali da trasporto - senza guardarsi in faccia l'un l'altro. E' chiara, inoltre, la connotazione del tutto individualistica nel modo stesso in cui il passeggero viaggia, con l'esclusiva del mezzo. Il secondo invece ci porta in Chad, a Faya-Largeau, dove un enorme camion è sfruttato come mezzo nella sua accezione più autentica: senza nemmeno un millimetro di spazio rimasto libero, trasporta una trentina di persone con i loro sacchi di riso, le loro stuoie per la preghiera, le coperte e ogni cosa possa servire loro per il viaggio, che si preannuncia come parecchio lungo. La condivisione è totale, ed i passeggeri sono stretti ed imballati proprio come i sacchi di riso su cui sono seduti. I colori non sono affatto vivaci, e si va dal beige all'ocra, dal grigio al marrone, in un'armonia cromatica che riflette lo spirito di adattamento del gruppo. In questo caso il viaggiare perde ogni connotazione turistica e di servizio, ma rappresenta una sorta di miracolo, di rara fortuna in un deserto difficile da attraversare.

giovedì 31 maggio 2007

Altri occhi: Bagnanti agli antipodi

Dal sito "Altri occhi, i grandi reportage della storia", di Kindlerya. Con questo articolo inizia la collaborazione di Kindlerya con dalMondo.info.

Due fotoreporter a confronto sul tema dell'acqua: Jodi Cobb e James Blair ci mostrano due mondi molto distanti nel rapporto con gli altri membri della comunità durante il bagno. Il primo ci svela una famiglia di Padaung. Sono i membri di una tribù birmana, rifugiati in Thailandia, mentre si lavano in un piccolo canale. Si può notare come ognuno rispetti lo spazio personale dell'altro - quasi fosse segnato da confini invisibili ad occhio nudo - nonostante la quantità di acqua disponibile sia assolutamente insufficente. Si avverte, a primo impatto, che lo spazio vitale di questo popolo implica evidentemente un distanziamento rispettoso dell'altro. All'interno di questa piccola comunità, tuttavia, emerge un'estrema sensazione di intimità.
Il secondo, invece, rappresenta questo momento cruciale come qualcosa di sacro, perchè in effetti siamo a Kathmandu, in Nepal, dove - come anche in India - il bagno è una cerimonia religiosa purificatrice. Queste donne si trovano al fiume Baghmati ed onorano la dea Parvati, moglie del dio indù Shiva, in occasione del rinnovamento vitale che porta con sè il monsone. Ci troviamo qui di fronte ad una sorta di comunità massificata che non percepisce il senso dello spazio personale, nè tantomeno della tribù - in quanto piccolo gruppo che forma un'identità a se stante. Qui i corpi si toccano, nonostante l'acqua sia abbondante per tutte, ed anzi, la calca umana che ne risulta è assolutamente funzionale alla cerimonia del "bagno della salvezza". La condivisione totale dello spazio dà origine ad un'immagine caotica, in cui, peraltro, la predominanza del colore rosso assume una valenza densa di significato.

Brasile: gli abusivi del Prestes Maia

Introduzione Per più di un decennio, un edificio di 22 piani sulla Rua Prestes Maia, nel centro di San Paolo, è rimasto disabitato, abbandonato dal suo proprietario. Nel novembre del 2002, il Movimento Sem Teto do Centro (MSTC), il Movimento dei Senzatetto di San Paolo, l'hanno occupato. Dall' aprile 2005 il Comune ha iniziato le procedure di sfratto della costruzione, su incarico del proprietario. Nel febbraio 2006 è stato fissato una scadenza (15 aprile) per lo sgombero delle famiglie. Il 30 marzo 2006, Amnesty International ha emesso un "Azione Urgente" per conto delle famiglie del Prestes Maia, ricordando alle autorità brasiliane che, in base all'Accordo Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, devono quantomeno fornire un adeguato preavviso dello sgombero, e fornire agli occupanti un adeguata soluzione alternativa. Il 4 aprile 2006, la Corte Suprema ha riconosciuto il diritto di residenza delle famiglie, sospendendo l'ordine di sgombero a tempo indeterminato. Nel febbraio 2007 è stato approvato un nuovo ordine di sgombero delle 468 famiglie del Prestes Maia, entro il 4 marzo, in quanto l'edificio -nel suo stato attuale- non potrebbe essere adibito a civile abitazione. Nel marzo 2007, un giudice statale di San Paolo ha postposto la data di sgombero di 60 giorni, fino al 10 maggio. Il 12 aprile 2007, il sindaco della città di San Paolo, Gilberto Kassab, si è incontrato con il Ministro delle Aree Urbane (Ministro das Cidades, ndr), Marcio Fontes, e con altri esponenti per risolvere il problema delle famiglie del Prestes Maia. Ora è in corso un progressivo e pacifico sgombero del Prestes Maia, e le famiglie sono spostate in nuove abitazioni. Quella che segue è una sintesi di un fantastico foto reportage di Tatiana Cardeal: clicca qui per vedere il foto reportage sull'occupazione del Prestes Maia.
© testo e foto Tatiana Cardeal (sito web: Brazil Social Photography; Flickr: Fotografie di Tatiana Cardeal) Dove andremo?
L'inizio
Circa due anni fa ho in inziato a documentare l'occupazione del Prestes Maia nella città di San Paolo. Ero di fronte alla porta d'ingresso di un appartamento, perplessa per l'immagine che mi trovavo di fronte, quando è arrivato questo bambino, pieno di vita... ho scattato.
L'edificio del Prestes Maia
Prestes Maia è una immensa fabbrica abbandonata di abiti, che troneggia nel cuore di San Paolo, ed è la più grande occupazione abusiva dell'America Latina: l'edificio, con i suoi 22 piani, ospita 468 famiglie, circa 2000 persone del MSTC (Movimento dei SenzaTetto della Città di San Paolo). I proprietari dell'edificio, Jorge Hamuche e Eduardo Amorim, abbandonarono l'edificio venti anni fa e devono allo Stato circa 1,8 milioni di euro in tasse arretrate. Ciò nonostante, il giudice della 25a Giurisdizione Civile di San Paolo ha accordato un ingiunzione per il recupero della proprietà, ignorando i diritti di residenza degli occupanti e una nota delle Nazioni Unite che dichiara: "il governo municipale di San Paolo, per il tramite del Secretaria de Habitacao e Desenvolvimento Urbano e COHAB, deve attivarsi per la ristrutturazione dell'edificio del Prestes Maia destinandolo ad abitazioni e a scopi sociali, per perseguire gli obiettivi di esproprio dell'edificio da parte del Comune."
22 piani, e non un ascensore.
Roberta e 468 altre famiglie sono in attesa. Dopo un incontro in comune, il 15 febbraio 2006, la gente del Prestes Maia ha ottenuto un rinvio di altri due mesi; potrà restare nelle proprie abitazioni e negoziare.
La gente del Prestes Maia
All'interno dell'edificio, un'anziana signora con il suo bastone. Alcuni giorni fa Chris mi chiedeva dei vecchi e dei malati... come fanno, con 22 piani e nessun ascensore? Beh, è triste ma la realtà è che devono arrangiarsi.
Parlando con Romilda Nunes, 63 anni, e suo marito, João Cosme, emerge rapidamente la loro preoccupazione. Anche io sono preoccupata.
Daiane e suo figlio, Kauê Nicolas, vivono entrambi nell'edificio del Prestes Maia.
Un anno fa circa, Severino nell'accampamento del Movimento dei Senzatetto. Si sono accampati diverse volte di fronte al municipio di San Paolo, per protestare e fare pressioni sul sindaco per la loro causa. Severino è il fondatore della Biblioteca Popolare del Prestes Maia e, con Roberta, il suo custode.
Uno degli abitanti del Prestes Maia, in una manifestazione con la partecipazione di un gruppo di artisti, la scorsa domenica (12 febbraio 2006).
Questa è Ivaneti de Araujo, una delle principali leader di questo movimento, mentre parla alle persone del Prestes Maia. Sono appena rientrata dal Prestes Maia, dove è in corso un'assemblea. Bene, la buona notizia è che questo pomeriggio, dopo un incontro in municipio, lo sgombero è stato rinviato di due mesi. Poi, dovranno riprendere i negoziati una volta ancora, e poi ancora e ancora.
Dieci donne guidano il "Movimento dei SenzaTetto" di San Paolo, la comuità dei più emarginati della città, costituita da migliaia di persone che in precedenza vivevano sulle strade. Come un esercito senza protezione, hanno fondato il "Movimento dei Senzatetto" non solo come strumento per battersi per il diritto all'abitazione, ma anche come mezzo per ritrovare la propria dignità, minata dalla mancanza di assistenza e dalla segregazione sociale. Qui sopra abbiamo la signora Romilda (a sinistra) e il coordinatore del Prestes Maia, signora Jomarina (a destra), ai fornelli in una cucina improvvisata nell'accampamento. Vivono entrambe al Prestes Maia, e qui stanno preparando la pasta per centinaia di persone del Movimento dei SenzaTetto.
I bambini del Prestes Maia
Ho scattato questa fotografia nel Luglio 2005, quando visitai per la prima volta il Prestes Maia in seguito ad un tentativo di sgombero forzato. Non ho più rivisto questi bambini, probabilmente hanno lasciato l'edificio. Erano in posa per un pittore... sono molti gli artisti intervenuti in aiuto, e molti stanno ancora aiutando per portare questo problema all'attenzione delle persone.
Ecco Carlos Daniel, che ha una lieve carenza di apprendimento, con sua nonna Roberta (sullo sfondo). Vivono al Prestes Maia, in una famiglia di tre adulti e due bambini.
1, 2, 3... fratelli (Jonas, Lucas e Jessica), 3 dei 315 bambini che vivono al Prestes Maia.
I bambini del Prestes Maia si sono ritrovati per pregare per le decisioni che determineranno il loro futuro. La vita al Prestes Maia Al Federal Public Ministery, alcune persone del Prestes Maia partecipano ad un udienza pubblica. Queste donne sono straordinarie! Ho imparato così tanto da loro. Adoro vedere la loro consapevolezza di collettività (aspetto che ho riscontrato anche negli indigeni). Mi stupisco sempre a pensare quanto una società, capace di guardare all'interesse collettivo con la stessa attenzione con cui guarda all'interesse privato, può essere diversa. In una giornata tranquilla le famiglie del Prestes Maia festeggiano l'ultima sospensione dello sgombero con un barbecue sulla strada, nella Prestes Maia Avenue, ma vi è ancora tensione nell'aria. Questo era prima dell'accordo finale per lo sgombero progressivo, ed erano piuttosto sfiduciati. Non mi dimenticherò certe facce affamate in quel giorno!. Ecco una fotografia di Roberta, la nonna di Carlos Daniel, mentre cerca di preparare la cena in camera, all'ottavo piano. La società elettrica ha tolto la corrente lo scorso sabato (27 maggio) alle 7.30 del pomeriggio, senza dare alcun preavviso. Gli operai della società sono arrivati all'edificio scortati da 10 autovetture della polizia. All'inizio dell'occupazione del Prestes Maia i residenti hanno cercato di trattare con la AES Eletropaulo Company (la filliale dell'American AES Corporation, Houston Industries Energy, Inc.), chiedendo di pote