Nella seconda fotografia, invece, di William Albert Allard, un uomo si esibisce in un rodeo, completando il giro di introduzione in un'arena di fango a Tucson, in Arizona. Il Rodeo è l'evoluzione delle più pericolose tecniche degli antichi cowboy, che le usavano per domare i cavalli e catturare o marchiare i bovini. Durante questi spettacoli si cavalca in piedi sulla sella, al contrario, in gruppo, si prendono alla fune tori e vitelli. Uno dei tanti modi in cui l'uomo "gioca" con gli animali e con la storia, unendo allo spettacolo e all'esibizione il ricordo di ciò che si è stati in passato.
domenica 27 aprile 2008
Cavalieri agli antipodi
Nella seconda fotografia, invece, di William Albert Allard, un uomo si esibisce in un rodeo, completando il giro di introduzione in un'arena di fango a Tucson, in Arizona. Il Rodeo è l'evoluzione delle più pericolose tecniche degli antichi cowboy, che le usavano per domare i cavalli e catturare o marchiare i bovini. Durante questi spettacoli si cavalca in piedi sulla sella, al contrario, in gruppo, si prendono alla fune tori e vitelli. Uno dei tanti modi in cui l'uomo "gioca" con gli animali e con la storia, unendo allo spettacolo e all'esibizione il ricordo di ciò che si è stati in passato.
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giovedì 20 dicembre 2007
Libri: Sebastiao Salgado, Africa
Un omaggio alla gente e alla natura dell’Africa
Sebastião Salgado è uno dei più rispettati fotoreporter che lavorano oggi. La sua fama è stata guadagnata in decenni di impegno ed efficaci immagini in bianco e nero di individui diseredati e indigenti, immagini catturate in luoghi dove molti nemmeno oserebbero recarsi. Sebbene egli abbia fotografato tutto il Sudamerica e molti altri luoghi del pianeta, il suo lavoro è incentrato soprattutto sull’Africa, dove ha girato più di 40 reportage in 30 anni. Dalle tribù Dinka in Sudan e le Himba in Namibia, ai gorilla e ai vulcani nella regione dei laghi, ai profughi in ogni parte del continente, Salgado ci mostra tutte le sfaccettature della vita africana oggi. Sia che stia documentando sui rifugiati o su paesaggi sterminati, Salgado sa esattamente come cogliere l’essenza di un istante, in modo che chiunque guardi le sue immagini ne sia involontariamente attratto. Le sue immagini ci insegnano con abilità quali sono gli effetti della guerra, della povertà, della malattia, e delle condizioni climatiche ostili. Questo libro raccoglie le foto di Salgado in tre parti. La prima è incentrata sulla zona più a sud del continente (Mozambico, Malawi, Angola, Zimbabwe, Sud Africa, Namibia), la seconda sulla zona dei Grandi Laghi (Congo, Rwanda, Burundi, Uganda, Tanzania, Kenya), la terza sulla regione sub-sahariana (Burkina Faso, Mali, Sudan, Somalia, Ciad, Mauritania, Senegal, Etiopia). I testi sono forniti dalla celebre romanziera mozambicana Mia Couto, che descrive come l’Africa di oggi rifletta gli effetti della colonizzazione così come le conseguenze delle crisi economiche, sociali e ambientali. Info: Taschen Books |
An homage to Africa's people and wildlife
Sebastião Salgado is one the most respected photojournalists working today, his reputation forged by decades of dedication and powerful black-and-white images of dispossessed and distressed people taken in places where most wouldn’t dare to go. Although he has photographed throughout South America and around the globe, his work most heavily concentrates on Africa, where he has shot more than 40 reportage works over a period of 30 years. From the Dinka tribes in Sudan and the Himba in Namibia to gorillas and volcanoes in the lakes region to displaced peoples throughout the continent, Salgado shows us all facets of African life today. Whether he’s documenting refugees or vast landscapes, Salgado knows exactly how to grab the essence of a moment so that when one sees his images one is involuntarily drawn into them. His images artfully teach us the disastrous effects of war, poverty, disease, and hostile climatic conditions. This book brings together Salgado’s photos of Africa in three parts. The first concentrates on the southern part of the continent (Mozambique, Malawi, Angola, Zimbabwe, South Africa, Namibia), the second on the Great Lakes region (Congo, Rwanda, Burundi, Uganda, Tanzania, Kenya), and the third on the Sub-Saharan region (Burkina Faso, Mali, Sudan, Somalia, Chad, Mauritania, Senegal, Ethiopia). Texts are provided by renowned Mozambique novelist Mia Couto, who describes how today’s Africa reflects the effects of colonization as well as the consequences of economic, social, and environmental crises. Info: Taschen Books |
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domenica 9 dicembre 2007
Infanzia e religione agli antipodi
Il secondo invece ci lascia una grandiosa fotografia scattata nella Giornata Nazionale di Muscat, una delle città più antiche del Medioriente e capitale dell'Oman. Anche qui, durante le celebrazioni del 18 Novembre, i bambini sono il fulcro della trasmissione della fede, in questo caso musulmana. Gli sguardi e le pose trasmettono una forte consapevolezza di solennità e allo stesso tempo: quello che può essere frainteso come un noioso onere affidato dagli adulti della comunità, rappresenta in realtà un motivo di orgoglio per questi bambini concentrati sul loro rito, scelti tra i migliori della loro età. L'Islam è la religione ufficiale dello Stato, e sebbene esistano minoranze indù e cristiane, il 75% della popolazione omaniana è l'unica a conservare la fede Ibadita, una variante dell'Islam che si contrappone al suo "razzismo": gli ibaditi ritengono che il comando della comunità spetti a chiunque si distingua per dignità religiosa, indipendentemente dalla sua parentela, dalla sua appartenenza etnica, dal colore della sua pelle.
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mercoledì 28 novembre 2007
India, fotoreportage dal Govandi slums
Sto per partire per il Kashmir, Mumbai e Calcutta, con una ONG statunitense che visiterà i propri orfanatrofi e le proprie scuole. La cosa mi entusiasma, e spero di ricavarne delle belle immagini per il blog.
Mi hanno già avvisato che l'accesso a Internet, in molte zone, è alquanto difficile ed è quindi probabile che mi connetterò solo sporadicamente. |
I am traveling to Kashmir, Mumbai and Calcutta to accompany a US based NGO who are visiting their orphanages and schools. I'm really looking forward to it and hope to feature many images on the blog from the trip.
I've been told Internet access in some of these areas is few and far between so will probably be posting very infrequently. |
Non è facile restare indifferenti a ciò che si vede camminando per i vicoli di Govandi, quartiere povero di Mumbai. E' tutto di fronte ai tuoi occhi: sporcizia, cani con la rabbia (probabilmente), mucche, resti umani, immondizia, bambini e adulti che defecano lungo la strada. Ci sono pochi, veramente pochi bagni pubblici, e questi non sono neppure tenuti decentemente; così la periferia, ma in realtà tutto il quartiere è un'immensa toilet. Non ci sono strutture sanitarie, così potete immaginare le condizioni del posto. A volte penso che Mumbai sia un miracolo - per una città così massicciamente esposta a catastrofi naturali o generate dall'uomo, ... beh, è un miracolo che la città funzioni e si regga in piedi.
Ecco alcuni fatti su cui riflettere: Più della metà della popolazione di Mumbai vive in baracche, poco meno di 7 milioni di persone; il 28% di chi vive in queste baracche defeca all'aperto. In una baraccopoli, la grandezza media di una casa è di 4,5 piedi quadrati, e la metà degli abitanti vive in meno di 100 piedi quadrati. Vale a dire in meno spazio di un bagno di una casa occidentale. E poi vedi la gioia e la speranza negli occhi di questo bimbo, che si stava godendo una doccia improvvisata; ha notato che lo stavo fotografando ed era orgoglioso di essere al centro della mia attenzione, ed è scappato sorridendo... |
It's not easy to feign indifference when walking through the Govandi slums in Mumbai. You see it all: dirty, probably rabid dogs, cows, human remains, trash, kids and adults defecating right outside. There are very, very few community bathrooms that are not maintained well so the periphery and even the inside of the slums doubles as a big toilet. There are no sanitation facilities so you can imagine the state of the place. Sometimes I think that Mumbai is a miracle - for a city that is so nakedly exposed to mass disasters: both man-made and natural, that it is a miracle for this city to function and sustain itself.
Here are some facts that will give you something to think about: - More than half (55%) of Mumbai's population lives in slums - just under 7 million - 28% of slum dwellers defecate in the open - The average household size in a slum is 4.5 and half of all households live in an area comprising under 100 square feet. That's probably less than the size of an average bathroom in the West. And then you see glimpses of joy and hope like this little boy who was so happy and overjoyed to be taking a shower and once he noticed I was photographing, he loved the attention and kept smiling away... |
Ho scattato questa foto sempre nella stesso quartiere, Govandi, ad un ragazzo interrogato a scuola. Dà coraggio vedere che, anche in queste situazioni disperate, l'istruzione sia considerata molto seriamente, nonostante ci siano molti altri bambini che non hanno la possibilità di studiare.
Questa scuola è stata aperta con l'aiuto di associazioni di carità e di ONG, una delle quali è la Comfort Aid International che affianco in questo viaggio. E' un organizzazione che si occupa principalmente di orfanatrofi e scuole e, sebbene sia un'associazione religiosa, impartiscono un'istruzione "laica", da loro considerata come la strada principale per uscire dalla povertà. Il tasso di alfabetizzazione in India oggi è del 61% circa, un bel passo avanti rispetto al 15% all'epoca dell'indipendenza; un'altra devastante eredità del colonialismo britannico in India. |
A boy responds to a question from his teacher in a school in the same slum from the last post, Govandi. I was very encouraged to see that amongst the desperate situation that they take education seriously although there are a lot more kids with no access to schooling.
This school is funded with the help of charitable organisations and NGOs, one of which is Comfort Aid International that I am accompanying during this trip. Their main area of focus is schools and orphanages and although it is a faith based organisation, the emphasis is always on secular education as this is their most practical route out of poverty. The literacy rate in India today is around 61% which is a vast improvement of around 15% at the time of independence; another devastating legacy of the British Raj in India. |
Questa è una delle case di Govandi, una baraccopoli di Mumbai che si contende con Dharavi, un'altra baraccopoli, il titolo di più grande baraccopoli dell'Asia (e probabilmente del mondo). Non ho mai, mai visto tanta povertà e squallore come in questa baraccopoli, e l'unica cosa che mi ha dato un po' di consolazione è stato questo bambino innocente che trasmetteva una gioia spensierata a un'ingenua ambiguità sulla sua condizione.
Ovviamente, non conoscono realtà diverse (e migliori) e sono contenti di sguazzare nelle pozzanghere sporche e di correre in giro nudi e scalzi.
Questo bambino si chiama Mohamed Ali e vive in quella stanza con i suoi cinque fratelli ed i genitori. Producono le ghirlande che si vedono nella foto. Vi lavora tutta la famiglia, ed in un giorno guadagnano 60 rupie. Vale a dire, un dollaro e venticinque centesimi, che deve bastare per sfamare tutti. Comunque, il bimbo ha continuato a sorriderci, inconsapevole delle difficoltà che dovrà affrontare in un futuro non troppo lontano. Spero che continui a sorridere. L'ONG che sto accompagnando in questo viaggio ha contribuito a migliorare la situazione delle abitazioni, e inoltre provvede all'istruzione di pochi bambini fortunati. |
This is a house in Govandi - a slum area in Mumbai that is competing with Dharavi, another slum area for the title of the largest slum in Asia (and probably the world). I have never, ever seen poverty and squalor as I did in these slums and the only redeeming thing was the innocent children who exuded carefree happiness and a naive ambiguity about the state of affiars that they seem to be in. The obviously know no better and they are happy playing in the dirt pools and running around barefeet and naked.
This boy's name is Mohamed Ali and he lives in that room with is five siblings and parents. The garlands on the top right of the picture is what they produce. The whole family chips in and after a full day of work, they make 60 rupees for them. That's a dollar and twenty five cents and that is supposed to feed the whole family. However, the little boy just kept smiling at us unawares of the struggles he will have to undertake in the not so distant future. I hope he keeps smiling.. The NGO that I am acompanying has contributed towards better housing which you can see in the picture within the slums and also provide for schooling for a lucky few. |
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lunedì 19 novembre 2007
Altri occhi: Paesaggi agli antipodi
Di Valeria Gentile.
La difficile sopravvivenza in un clima così avverso a qualsiasi forma di vita è constatabile dalla scarsa presenza umana; tuttavia questo panorama apparentemente vuoto è pieno di indizi per la localizzazione di potenziali prede per i tre cacciatori visibili nella parte sinistra, che sanno leggere il deserto come fosse un libro: basta loro studiare un'impronta di animale per determinarne la specie, il sesso e l'età. E per stimare da quanto tempo quell'animale è passato di là, usano la loro conoscenza del tempo necessario alle termiti per riparare il loro nido, o ad un ragno per ricostruire la sua ragnatela. O ad un filo d'erba per tornare in posizione verticale.
La lucentezza di queste acque che riflettono i raggi del sole rende l'immagine ricca di vita: in un certo senso la vivacità nel movimento di onde e corpi supera la staticità tipica della fotografia. Ma mentre i corpi rossastri dei cacciatori nella foto di Johns si intona benissimo con l'ocra della sabbia e si confondono in essa, le scure figure di questi bagnanti si stagliano prepotentemente sullo sfondo chiaro del fiume. Da qui la riflessione sulla densità di popolazione, proporzionale alle possibilità di sopravvivenza.
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giovedì 11 ottobre 2007
La selezione delle fotografie in un foto reportage
“Nelle tre settimane trascorse nelle Falklands, nel South Georgia e nella Penisola Antartica, ho scattato 7.024 fotografie per un totale di 182 Gigabytes. […] Di tutte queste, 92 sono degne di essere stampate, e una dozzina potrebbero essere utilizzate per una mostra od un portfolio. Tre di queste sono tra i miei migliori scatti in assoluto.”
Chi scrive è il fotografo Michael H. Reichmann, autore del sito “The Luminous Landscape” , che riferisce della spedizione fotografica in Antartico da lui guidata nel febbraio 2007. Nell’articolo si trovano altre considerazioni degne di attenzione, ma mi interessa soffermarmi sui numeri sopra riportati:
Posto che Michael H. Reichmann conosce il mestiere, questi numeri la dicono lunga sulla severità del processo di selezione cui un professionista sottopone le proprie fotografie. |
“Over a three week period in the Falklands, South Georgia and the Antarctic Peninsula I shot 7,024 frames totaling 182 Gigabytes. […] I ended up with some 92 frames which I consider worth printing, and a dozen which are portfolio / exhibition grade. Three of these are among the best work which I feel that I have ever done.”
The author of these few lines is Michael H. Reichmann, manager of the web site “the luminous landscape”, telling of the photographic expedition he led in the Antarctic Area in February 2007. There are other interesting considerations in his feature, but I’d like to focus on the above-cited figures:
As Michael H. Reichmann sure knows his works, these figures say a lot about the strictness of the process of “photo selection” of a professional photographer. |
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venerdì 13 luglio 2007
Brasile: la fine del Prestes Maia
© testo e foto Tatiana Cardeal (sito web: Brazil Social Photography; Flickr: Fotografie di Tatiana Cardeal).
Gli uccelli sono volati viaL'occupazione del Prestes Maia si è oramai conclusa, con lo sgombero di tutte le famiglie. E' durata in tutto quasi 5 anni. Nel fotografare l'entrata principale dell'edificio, ora chiusa con mattoni e cemento, ho provato un mix di sentimenti contrastanti. Se, da una parte, vi sono stati degli sviluppi e delle conquiste importanti nel dibattito e nel processo per l'edilizia popolare, ed è stata portata l'attenzione sull'esclusione sociale causata dalla speculazione edilizia e dai preconcetti di classe, d'altro canto guardare questa porta sbarrata, con tutto ciò che rappresenta, mi rattrista un po'. E' come guardare un'enorme tomba di 22 piani, sigillata, senza vita, nel cuore della città.
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venerdì 6 luglio 2007
Altri occhi: Lavoratrici agli antipodi
Dal blog "Altri occhi, i grandi reportage della storia", di Kindlerya.
La seconda invece ritrae cinque sorelle iraniane mentre lavorano insieme nella tessitura di un tappeto. Questo succede spesso, tra le ragazze, dopo il quinto anno di scuola, mentre i loro fratelli continuano la loro istruzione anche oltre, e spesso in un altra città. Molte di loro lo fanno per guadagnare i soldi per il loro matrimonio, dato che per raggiungere la quota sufficente per la dote servono dai due ai cinque tappeti venduti. Nel loro lavoro sono completamente sole ed interamente coperte: anche loro vestite con abiti molto simili tra loro. La luce da fuori arriva giusto il tanto per poter vedere mentre si intesse, e l'unica direzione in cui possono rivolgere lo sguardo è l'enorme telaio tradizionale. Stanno con le gambe incrociate, sedute sulla parte apposita della struttura, e possono stare ore ed ore in quella posizione, per raggiungere il risultato migliore della giornata.
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venerdì 15 giugno 2007
Altri occhi: viaggianti agli antipodi
Dal sito "Altri occhi", di Kindlerya.
Il secondo invece ci porta in Chad, a Faya-Largeau, dove un enorme camion è sfruttato come mezzo nella sua accezione più autentica: senza nemmeno un millimetro di spazio rimasto libero, trasporta una trentina di persone con i loro sacchi di riso, le loro stuoie per la preghiera, le coperte e ogni cosa possa servire loro per il viaggio, che si preannuncia come parecchio lungo. La condivisione è totale, ed i passeggeri sono stretti ed imballati proprio come i sacchi di riso su cui sono seduti. I colori non sono affatto vivaci, e si va dal beige all'ocra, dal grigio al marrone, in un'armonia cromatica che riflette lo spirito di adattamento del gruppo. In questo caso il viaggiare perde ogni connotazione turistica e di servizio, ma rappresenta una sorta di miracolo, di rara fortuna in un deserto difficile da attraversare.

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giovedì 31 maggio 2007
Altri occhi: Bagnanti agli antipodi
Dal sito "Altri occhi, i grandi reportage della storia", di Kindlerya. Con questo articolo inizia la collaborazione di Kindlerya con dalMondo.info.
Due fotoreporter a confronto sul tema dell'acqua: Jodi Cobb e James Blair ci mostrano due mondi molto distanti nel rapporto con gli altri membri della comunità durante il bagno. Il primo ci svela una famiglia di Padaung. Sono i membri di una tribù birmana, rifugiati in Thailandia, mentre si lavano in un piccolo canale. Si può notare come ognuno rispetti lo spazio personale dell'altro - quasi fosse segnato da confini invisibili ad occhio nudo - nonostante la quantità di acqua disponibile sia assolutamente insufficente. Si avverte, a primo impatto, che lo spazio vitale di questo popolo implica evidentemente un distanziamento rispettoso dell'altro. All'interno di questa piccola comunità, tuttavia, emerge un'estrema sensazione di intimità.Il secondo, invece, rappresenta questo momento cruciale come qualcosa di sacro, perchè in effetti siamo a Kathmandu, in Nepal, dove - come anche in India - il bagno è una cerimonia religiosa purificatrice. Queste donne si trovano al fiume Baghmati ed onorano la dea Parvati, moglie del dio indù Shiva, in occasione del rinnovamento vitale che porta con sè il monsone. Ci troviamo qui di fronte ad una sorta di comunità massificata che non percepisce il senso dello spazio personale, nè tantomeno della tribù - in quanto piccolo gruppo che forma un'identità a se stante. Qui i corpi si toccano, nonostante l'acqua sia abbondante per tutte, ed anzi, la calca umana che ne risulta è assolutamente funzionale alla cerimonia del "bagno della salvezza". La condivisione totale dello spazio dà origine ad un'immagine caotica, in cui, peraltro, la predominanza del colore rosso assume una valenza densa di significato.![]()
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Brasile: gli abusivi del Prestes Maia
L'inizioCirca due anni fa ho in inziato a documentare l'occupazione del Prestes Maia nella città di San Paolo. Ero di fronte alla porta d'ingresso di un appartamento, perplessa per l'immagine che mi trovavo di fronte, quando è arrivato questo bambino, pieno di vita... ho scattato.
L'edificio del Prestes MaiaPrestes Maia è una immensa fabbrica abbandonata di abiti, che troneggia nel cuore di San Paolo, ed è la più grande occupazione abusiva dell'America Latina: l'edificio, con i suoi 22 piani, ospita 468 famiglie, circa 2000 persone del MSTC (Movimento dei SenzaTetto della Città di San Paolo). I proprietari dell'edificio, Jorge Hamuche e Eduardo Amorim, abbandonarono l'edificio venti anni fa e devono allo Stato circa 1,8 milioni di euro in tasse arretrate. Ciò nonostante, il giudice della 25a Giurisdizione Civile di San Paolo ha accordato un ingiunzione per il recupero della proprietà, ignorando i diritti di residenza degli occupanti e una nota delle Nazioni Unite che dichiara: "il governo municipale di San Paolo, per il tramite del Secretaria de Habitacao e Desenvolvimento Urbano e COHAB, deve attivarsi per la ristrutturazione dell'edificio del Prestes Maia destinandolo ad abitazioni e a scopi sociali, per perseguire gli obiettivi di esproprio dell'edificio da parte del Comune."
22 piani, e non un ascensore.
Roberta e 468 altre famiglie sono in attesa. Dopo un incontro in comune, il 15 febbraio 2006, la gente del Prestes Maia ha ottenuto un rinvio di altri due mesi; potrà restare nelle proprie abitazioni e negoziare.
La gente del Prestes MaiaAll'interno dell'edificio, un'anziana signora con il suo bastone. Alcuni giorni fa Chris mi chiedeva dei vecchi e dei malati... come fanno, con 22 piani e nessun ascensore? Beh, è triste ma la realtà è che devono arrangiarsi.
Parlando con Romilda Nunes, 63 anni, e suo marito, João Cosme, emerge rapidamente la loro preoccupazione. Anche io sono preoccupata.
Daiane e suo figlio, Kauê Nicolas, vivono entrambi nell'edificio del Prestes Maia.
Un anno fa circa, Severino nell'accampamento del Movimento dei Senzatetto. Si sono accampati diverse volte di fronte al municipio di San Paolo, per protestare e fare pressioni sul sindaco per la loro causa. Severino è il fondatore della Biblioteca Popolare del Prestes Maia e, con Roberta, il suo custode.
Uno degli abitanti del Prestes Maia, in una manifestazione con la partecipazione di un gruppo di artisti, la scorsa domenica (12 febbraio 2006).
Questa è Ivaneti de Araujo, una delle principali leader di questo movimento, mentre parla alle persone del Prestes Maia. Sono appena rientrata dal Prestes Maia, dove è in corso un'assemblea. Bene, la buona notizia è che questo pomeriggio, dopo un incontro in municipio, lo sgombero è stato rinviato di due mesi. Poi, dovranno riprendere i negoziati una volta ancora, e poi ancora e ancora.
Dieci donne guidano il "Movimento dei SenzaTetto" di San Paolo, la comuità dei più emarginati della città, costituita da migliaia di persone che in precedenza vivevano sulle strade. Come un esercito senza protezione, hanno fondato il "Movimento dei Senzatetto" non solo come strumento per battersi per il diritto all'abitazione, ma anche come mezzo per ritrovare la propria dignità, minata dalla mancanza di assistenza e dalla segregazione sociale. Qui sopra abbiamo la signora Romilda (a sinistra) e il coordinatore del Prestes Maia, signora Jomarina (a destra), ai fornelli in una cucina improvvisata nell'accampamento. Vivono entrambe al Prestes Maia, e qui stanno preparando la pasta per centinaia di persone del Movimento dei SenzaTetto.
I bambini del Prestes Maia![]()
Ho scattato questa fotografia nel Luglio 2005, quando visitai per la prima volta il Prestes Maia in seguito ad un tentativo di sgombero forzato. Non ho più rivisto questi bambini, probabilmente hanno lasciato l'edificio. Erano in posa per un pittore... sono molti gli artisti intervenuti in aiuto, e molti stanno ancora aiutando per portare questo problema all'attenzione delle persone.
Ecco Carlos Daniel, che ha una lieve carenza di apprendimento, con sua nonna Roberta (sullo sfondo). Vivono al Prestes Maia, in una famiglia di tre adulti e due bambini.
1, 2, 3... fratelli (Jonas, Lucas e Jessica), 3 dei 315 bambini che vivono al Prestes Maia.
I bambini del Prestes Maia si sono ritrovati per pregare per le decisioni che determineranno il loro futuro. La vita al Prestes Maia
Al Federal Public Ministery, alcune persone del Prestes Maia partecipano ad un udienza pubblica. Queste donne sono straordinarie! Ho imparato così tanto da loro. Adoro vedere la loro consapevolezza di collettività (aspetto che ho riscontrato anche negli indigeni). Mi stupisco sempre a pensare quanto una società, capace di guardare all'interesse collettivo con la stessa attenzione con cui guarda all'interesse privato, può essere diversa.
In una giornata tranquilla le famiglie del Prestes Maia festeggiano l'ultima sospensione dello sgombero con un barbecue sulla strada, nella Prestes Maia Avenue, ma vi è ancora tensione nell'aria. Questo era prima dell'accordo finale per lo sgombero progressivo, ed erano piuttosto sfiduciati. Non mi dimenticherò certe facce affamate in quel giorno!.
Ecco una fotografia di Roberta, la nonna di Carlos Daniel, mentre cerca di preparare la cena in camera, all'ottavo piano. La società elettrica ha tolto la corrente lo scorso sabato (27 maggio) alle 7.30 del pomeriggio, senza dare alcun preavviso. Gli operai della società sono arrivati all'edificio scortati da 10 autovetture della polizia. All'inizio dell'occupazione del Prestes Maia i residenti hanno cercato di trattare con la AES Eletropaulo Company (la filliale dell'American AES Corporation, Houston Industries Energy, Inc.), chiedendo di pote




L'occupazione del 

Circa due anni fa ho in inziato a
Prestes Maia è una immensa fabbrica abbandonata di abiti, che troneggia nel cuore di San Paolo, ed è la più grande occupazione abusiva dell'America Latina: l'edificio, con i suoi 22 piani, ospita 468 famiglie, circa 2000 persone del MSTC (Movimento dei SenzaTetto della Città di San Paolo).
I proprietari dell'edificio, Jorge Hamuche e Eduardo Amorim, abbandonarono l'edificio venti anni fa e devono allo Stato circa 1,8 milioni di euro in tasse arretrate.
Ciò nonostante, il giudice della 25a Giurisdizione Civile di San Paolo ha accordato un ingiunzione per il recupero della proprietà, ignorando i diritti di residenza degli occupanti e una nota delle Nazioni Unite che dichiara: "
22 piani, e non un ascensore.
Roberta e 468 altre famiglie sono in attesa. Dopo un incontro in comune, il 15 febbraio 2006, la gente del Prestes Maia ha ottenuto un rinvio di altri due mesi; potrà restare nelle proprie abitazioni e negoziare.
All'interno dell'edificio, un'anziana signora con il suo bastone.
Alcuni giorni fa Chris mi chiedeva dei vecchi e dei malati... come fanno, con 22 piani e nessun ascensore? Beh, è triste ma la realtà è che devono arrangiarsi.
Parlando con 
Un anno fa circa,
Uno degli abitanti del Prestes Maia, in una manifestazione con la partecipazione di un gruppo di artisti, la scorsa domenica (12 febbraio 2006).
Questa è
Dieci donne guidano il "Movimento dei SenzaTetto" di San Paolo, la comuità dei più emarginati della città, costituita da migliaia di persone che in precedenza vivevano sulle strade. Come un esercito senza protezione, hanno fondato il "Movimento dei Senzatetto" non solo come strumento per battersi per il diritto all'abitazione, ma anche come mezzo per ritrovare la propria dignità, minata dalla mancanza di assistenza e dalla segregazione sociale.
Qui sopra abbiamo la signora
Ho scattato questa fotografia nel Luglio 2005, quando visitai per la prima volta il Prestes Maia in seguito ad un tentativo di sgombero forzato.
Non ho più rivisto questi bambini, probabilmente hanno lasciato l'edificio.
Erano in posa per un pittore... sono molti gli artisti intervenuti in aiuto, e molti stanno ancora aiutando per portare questo problema all'attenzione delle persone.
Ecco
1, 2, 3... fratelli (
I bambini del Prestes Maia si sono ritrovati per pregare per le decisioni che determineranno il loro futuro.
Al Federal Public Ministery, alcune persone del Prestes Maia partecipano ad un udienza pubblica.
Queste donne sono straordinarie! Ho imparato così tanto da loro.
Adoro vedere la loro consapevolezza di collettività (aspetto che ho riscontrato anche negli indigeni).
Mi stupisco sempre a pensare quanto una società, capace di guardare all'interesse collettivo con la stessa attenzione con cui guarda all'interesse privato, può essere diversa.
In una giornata tranquilla le famiglie del Prestes Maia festeggiano l'ultima sospensione dello sgombero con un barbecue sulla strada, nella Prestes Maia Avenue, ma vi è ancora tensione nell'aria.
Questo era prima dell'accordo finale per lo sgombero progressivo, ed erano piuttosto sfiduciati.
Non mi dimenticherò certe facce affamate in quel giorno!.
Ecco una fotografia di Roberta, la nonna di Carlos Daniel, mentre cerca di preparare la cena in camera, all'ottavo piano. La società elettrica ha tolto la corrente lo scorso sabato (27 maggio) alle 7.30 del pomeriggio, senza dare alcun preavviso. Gli operai della società sono arrivati all'edificio scortati da 10 autovetture della polizia.
All'inizio dell'occupazione del Prestes Maia i residenti hanno cercato di trattare con la AES Eletropaulo Company (la filliale dell'American AES Corporation, Houston Industries Energy, Inc.), chiedendo di pote