Nella seconda fotografia, invece, di William Albert Allard, un uomo si esibisce in un rodeo, completando il giro di introduzione in un'arena di fango a Tucson, in Arizona. Il Rodeo è l'evoluzione delle più pericolose tecniche degli antichi cowboy, che le usavano per domare i cavalli e catturare o marchiare i bovini. Durante questi spettacoli si cavalca in piedi sulla sella, al contrario, in gruppo, si prendono alla fune tori e vitelli. Uno dei tanti modi in cui l'uomo "gioca" con gli animali e con la storia, unendo allo spettacolo e all'esibizione il ricordo di ciò che si è stati in passato.
domenica 27 aprile 2008
Cavalieri agli antipodi
Nella seconda fotografia, invece, di William Albert Allard, un uomo si esibisce in un rodeo, completando il giro di introduzione in un'arena di fango a Tucson, in Arizona. Il Rodeo è l'evoluzione delle più pericolose tecniche degli antichi cowboy, che le usavano per domare i cavalli e catturare o marchiare i bovini. Durante questi spettacoli si cavalca in piedi sulla sella, al contrario, in gruppo, si prendono alla fune tori e vitelli. Uno dei tanti modi in cui l'uomo "gioca" con gli animali e con la storia, unendo allo spettacolo e all'esibizione il ricordo di ciò che si è stati in passato.
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domenica 9 dicembre 2007
Infanzia e religione agli antipodi
Il secondo invece ci lascia una grandiosa fotografia scattata nella Giornata Nazionale di Muscat, una delle città più antiche del Medioriente e capitale dell'Oman. Anche qui, durante le celebrazioni del 18 Novembre, i bambini sono il fulcro della trasmissione della fede, in questo caso musulmana. Gli sguardi e le pose trasmettono una forte consapevolezza di solennità e allo stesso tempo: quello che può essere frainteso come un noioso onere affidato dagli adulti della comunità, rappresenta in realtà un motivo di orgoglio per questi bambini concentrati sul loro rito, scelti tra i migliori della loro età. L'Islam è la religione ufficiale dello Stato, e sebbene esistano minoranze indù e cristiane, il 75% della popolazione omaniana è l'unica a conservare la fede Ibadita, una variante dell'Islam che si contrappone al suo "razzismo": gli ibaditi ritengono che il comando della comunità spetti a chiunque si distingua per dignità religiosa, indipendentemente dalla sua parentela, dalla sua appartenenza etnica, dal colore della sua pelle.
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martedì 5 giugno 2007
Altri occhi: Mezzanotte e cinque a Bhopal
Chi conosce la tragedia di Bhopal ne resta toccato per sempre.
Il colpo che la globalizzazione ha inferto a questa città nel cuore dell'India non ha eguali nella storia dell'uomo. Si tratta del più grave disastro chimico-industriale mai avvenuto, che ha ucciso in pochi istanti decine di migliaia di persone, in un'orribile agonia, e le cui conseguenze ne continuano ad uccidere ancora oggi, a migliaia, di generazione in generazione, in una spirale di morte e dolore senza fine. Uomini, donne e bambini continuano a vivere nella cronicità di malattie mai viste prima, dai sintomi strazianti.
Nonostante questo sia un blog che si propone di passare in rassegna pezzi di storie viste da altri occhi, di presentare luoghi e popoli da una nuova prospettiva, che arricchisce e libera, questa volta si tratta di dovere. Soprattutto perchè, dopo ventitrè anni, questa storia è ancora troppo sconosciuta.
Dominique Lapierre, grande scrittore francese che ha una forte passione per l'India, si è documentato per anni insieme a Javier Moro sulla notte del 2 dicembre 1984 e tutto ciò che c'è dietro, e continua a lottare perchè il mondo apra gli occhi. I loro anni di ricerca e di studio hanno dato origine al libro Mezzanotte e cinque a Bhopal, dedicato "Agli eroi dell'Orya Basti, di Chola e di Jai Prakash Nagar". In questo libro i due scrittori raccontano, dentro una Storia fatta di date precise, nomi e scelte importanti, le piccole storie di amore, coraggio, eroismo e pietà umana. Un libro che aiuta a capire i meccanismi che muovono le grandi aziende, ma che soprattutto imprime le immagini reali di piccole storie umane che, nonostante spesso ce ne scordiamo, fanno la Storia.
[...] Sono le undici di sera. La piazza delle Spezie è tutta un brusio di ammiratori impazienti di ascoltare i loro poeti favoriti. All'altro capo della città, i saloni e i prati dell'Arera Club pullulano di invitati, e così pure le tende sontuosamente decorate in cui si svolgono i matrimoni dei quartieri ricchi di New Bhopal e delle Shamla Hills. Sulla Spianata Nera, ghirlande di lampadine illuminano le nozze di Dilip e Padmini. Tutta Bhopal si abbandona al giubilo di quella notte benedetta dagli astri. I festeggiamenti più grandiosi si svolgono nel quartiere della Railway Colony solcata dai fuochi d'artificio. I mille invitati al matrimonio di Rinou Diwedi, la figlia minore dell'ispettore capo delle ferrovie di Bhopal, con il figlio di un mercante di Vidisha, assistono incantati alla rituale processione del Barat. In groppa a una giumenta bianca adorna di una gualdrappa di velluto ricamato d'oro, il turbante punteggiato di lustrini, il giovane Rajiv caracolla verso la fidanzata che lo attende sotto la più bella shamiana del noleggiatore Parvez. Prima che il giovane montasse sulla cavalcatura, il padre gli ha apposto sulla fronte il punto rosso e il punto nero che terranno per sempre lontano il malocchio e gli garantiranno un felice avvenire. Rajiv ha poi ricevuto una noce di cocco a strisce rosse, pegno tradizionale di buon augurio. La giumenta bianca è preceduta da una donna che avanza a piccoli passi: la madre. Indossa il doppio sari di seta e oro delle grandi occasioni. Con fervore getta per terra manciate di sale per allontanare dal cammino del figlio tutte le insidie della vita. [...]Sono video dalle immagini abbastanza forti, soprattutto il secondo, chi non se la sente eviti di guardarli. Links utili e approfondimenti: Wikipedia, il disastro di Bhopal Bhopal Information Centre (il sito web dedicato a Bhopal dall'azienda incriminata, la Union Carbide) Greenpeace per Bhopal International campaign for justice in Bhopal India Resource Centre Petizione
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venerdì 23 marzo 2007
Per Enzo Baldoni
Ricevo da "Blogger senza frontiere", e volentieri pubblico il seguente appello:
Personalmente, non credo nell'efficacia verso "l'alto" di questi appelli, però possono aiutare tutti noi a ricordare una persona uccisa mentre svolgeva il proprio lavoro di giornalista.In questi giorni così appasionati per la liberazione di Daniela Mastorgiacomo, Sandro Baldoni dalle colonne di Repubblica domanda in maniera dignitosa e davvero molto silenziosa a tutti quelli che si sono mobilitati per la liberazione del giornalista di Repubblica di far sentire di nuovo la loro voce per chiedere al governo italiano di lavorare per la restituzione di quello che resta del corpo di Enzo Baldoni, il primo e il più sforunato degli ormai tanti giornalisti rapiti, ucciso in Iraq nell'agosto del 2004. Non ho molta fiducia che quell'appello, così sommesso, vega recepito da molti ma io, che in quell'agosto sono rimasta molto turbata dall'uccisione di un uomo che aveva la mia stessa curiosità ma molto, molto più coraggio, voglio chiedere a tutta la blogosfera di mobilitarsi per fare si che Enzo e la sua famiglia trovino pace. Pertanto chiedo a tutti di aderire con un commento a questo post e a chi è capace di realizzare un script per raccogliere una petizione da mandare al capo dello stato.
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lunedì 12 marzo 2007
Libertà di stampa in Afghanistan
Da Safrang, post del 10 marzo scorso:

Saad Mohseni, capo di una grossa azienda operante nel settore dei media in Afghanistan, ha dichiarato in una recente intervista al Wall Street Journal: Nonostante le numerose sfide che l'Afghanistan deve affrontare, il nostro Paese può vantare dei notevoli successi, e probabilmente il più evidente è lo straordinario successo dei suoi media. A parole, almeno, oggi abbiamo una stampa libera. Fa sicuramente piacere sentire parlare degli "straordinari successi" in Afghanistan. Se non fosse... beh, cosa significa esattamente avere libertà di stampa "a parole"? Questo termine lascia un po' perplessi. Giusto per provare a inquadrare la cosa, sarebbe corretto vantarsi dei diritti delle donne in Afghanistan e poi aggiungere "almeno, a parole"? O di una democrazia efficace "almeno a parole"? E cosa dire del proteggere i giornalisti dalle intimidazioni, "almeno a parole", o le donne dalla violenza, "almeno a parole"? La verità è che -e probabilmente qualcuno è già ricorso a questa metafora- avere la libertà di stampa è un po' come essere incinte. O sei incinta, o non lo sei. Non puoi essere "un po' incinta", così come non puoi avere la libertà di stampa "almeno a parole". La triste realtà è che in Afghanistan non c'è libertà di stampa, beh, se non "a parole". [...]
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Etichette: Afghanistan, giornalismo



In questi giorni così appasionati per la liberazione di Daniela Mastorgiacomo, Sandro Baldoni dalle colonne di Repubblica domanda in maniera dignitosa e davvero molto silenziosa a tutti quelli che si sono mobilitati per la liberazione del giornalista di Repubblica di far sentire di nuovo la loro voce per chiedere al governo italiano di lavorare per la restituzione di quello che resta del corpo di 